Ci siamo lasciati, pre-pandemia, con alcune località italiane in una situazione di Overtourism, quel turismo che viene percepito come “di troppo” da parte delle comunità locali ospitanti, una forma di turistificazione selvaggia; per semplicità potremmo dire che l’overtourism si manifesta quando l’impatto del turismo in una certa destinazione eccede ciò che quest’ultima può sopportare a livello fisico, ecologico, economico e sociale. Le conseguenze di questa “esagerazione” sono molteplici e vanno dal sovraccarico delle infrastrutture, al degrado dell’ambiente naturale, alla nascita di movimenti di protesta sociale e alla fuga dei residenti dai centri storici, spesso a seguito della riconversione in chiave turistica del tessuto produttivo e commerciale del luogo. In sostanza, si tratta di un circolo vizioso che porta alcune località ad essere vittime del loro stesso successo, là dove i turisti vengono per visitare un territorio e i loro bisogni si intersecano invariabilmente con le attività quotidiane degli abitanti. La condivisione forzata degli stessi spazi e servizi, spesso aggravata dalla privatizzazione delle aree comuni, è un conflitto che non ha né vincitori, né vinti: ad essere compromessa, infatti, non è solo la qualità della vita dei residenti, ma anche la qualità dell’esperienza di viaggio percepita dai visitatori.

Ci siamo lasciati appunto che il rischio ci fosse anche a Verona, vista la situazione e le nascenti problematiche del centro storico sempre più vicino ai modelli di alcune destinazioni iconiche, come Venezia e Barcellona, dove l’overtourism si è già manifestato in tutta la sua prepotenza e i suoi effetti deleteri sono sotto gli occhi di tutti.

Ben noto, per esempio, è il problema dello spopolamento in atto da tempo nel centro storico della Serenissima: quest’area, che nel 1960 contava oltre 145mila residenti, al 2018 risultava abitata da poco meno di 53mila irriducibili (fonte: Comune di Venezia). Se negli anni Sessanta e Settanta le persone abbandonavano la città lagunare per stabilirsi in Terraferma, allora oggetto di una rapida industrializzazione, oggi gli abitanti fuggono perché numericamente soverchiati dai turisti (oltre 12 milioni di presenze nel 2018, fonte Ufficio di Statistica Regione Veneto). Quanto al capoluogo catalano, il turismo de borrachera (letteralmente, “turismo dell’ubriachezza”) e la pratica degli “sfratti invisibili” (il non rinnovare i contratti di locazione agli inquilini del posto per destinare i propri immobili ad uso turistico) hanno spinto alcuni abitanti a compiere eclatanti azioni di protesta, compresi purtroppo veri e propri atti vandalici a spese dei turisti.

Nella sua drammaticità, il Covid19 ci ha costretto a dover ripensare il nostro stile di vita, inclusa la gestione del tempo libero: un nuovo sguardo è rivolto al Turismo che, possiamo presumere, per almeno un po’ di tempo sarà di prossimità. Ci auguriamo che il periodo di transizione post-pandemia sia anche un’occasione per meglio guardare allo sviluppo turistico che si intende realizzare in loco, considerando come prioritario l’interesse pubblico, non quello del turista (il più delle volte un turista “fast”): gli interventi sulle strutture e sui servizi non dovrebbero andare a vantaggio solo di una parte della collettività, ma dell’intero sistema abitanti-territorio. La speranza è che, a emergenza finita, la promozione di un turismo sostenibile e responsabile costituisca la base di una ripresa duratura, capace di una migliore redistribuzione dei benefici e in grado di minimizzare l’impatto negativo di alcuni tipi di turismo sul territorio e sulle fasce più deboli della popolazione veronese.

Guardando nello specifico alla realtà scaligera pre-pandemia, Verona non sembrava soffrire di overtourism in misura paragonabile alle due destinazioni appena citate, ma alcune problematiche cominciavano ad essere evidenti: la città ha chiuso il 2018 con quasi 2,5 milioni di presenze (per oltre il 60% si tratta di stranieri), in crescita del 79,8% su base decennale e del 7,7% su base annua (fonte: Ufficio di Statistica Regione Veneto); ciò nonostante, vi sono alcuni segnali di allarme di cui è opportuno tenere conto, quasi tutti provenienti dalla Città Antica.

La zona sconta da anni un processo di lento ridimensionamento demografico: se nel 2008 il quartiere contava 9.165 residenti, nel 2018 il conteggio si è fermato a quota 8.554 unità (-6,67%). In una logica di medio-lungo periodo, a preoccupare maggiormente è però il progressivo invecchiamento della popolazione: al 2018, oltre un quarto degli abitanti è risultato avere almeno 65 anni di età, per un indice di vecchiaia pari a 242,5 (nel 2008 era 189,4). In altre parole, il numero di persone anziane ha superato di oltre 2,4 volte quello dei soggetti di età compresa tra 0 e 14 anni (fonte: Ufficio di Statistica Comune di Verona).

Chi resta deve fare i conti con le trasformazioni del tessuto commerciale locale, confermate dalle performance di alcune attività economiche considerate rappresentative del settore turistico o dei negozi di vicinato. Sempre limitandoci alla Città Antica, i dati della Camera di Commercio di Verona ci dicono che nel periodo intercorso tra il 1° gennaio 2009 e il 31 dicembre 2018 si sono iscritte al Registro delle imprese (risultando attive in quest’area) una sola macelleria e un negozio al dettaglio di tappeti, a fronte invece di 6 esercizi alberghieri, 77 tra affittacamere, alloggi per turisti, B&B e residence, 111 attività di ristorazione con somministrazione. Se a questi segnali aggiungiamo il fatto che ad oggi nel quartiere opera un solo supermercato e altre attività come i negozi di ferramenta sono del tutto assenti, la sproporzione tra il numero di esercizi commerciali a servizio dei residenti e quello delle attività legate al turismo appare ancora più evidente. Quanto al patrimonio storico-culturale della zona, vale la pena menzionare il Piano Folin per la riqualificazione di immobili nel centro storico, commissionato nel 2017 dalla Fondazione Cariverona e dal Fondo di Investimento Immobiliare Verona Property. Nell’ordine, il Piano prevede la creazione di un City HUB polifunzionale nelle due ex-sedi della Banca Unicredit di via Garibaldi e in Palazzo Franco-Cattarinetti; la valorizzazione di Palazzo Forti quale polo museale; l’inserimento di attività di ricerca e innovazione presso l’ex Monte di Pietà e un’unica unità funzionale, denominata LAB-Urbs, che dovrebbe comprendere Castel San Pietro, il Palazzo del Capitanio e, possibilmente, anche Palazzo della Ragione. Se è indubbio che l’attuazione in toto del Piano incrementerebbe la ricettività cittadina e i flussi turistici, è pur vero che in pieno centro storico verrebbero inseriti ulteriori spazi, spesso estesi su superfici considerevoli, a destinazione prevalentemente alberghiera, enogastronomica e congressuale. In particolare, il City HUB potrebbe sottrarre visitatori al vicino centro espositivo e congressuale di Palazzo della Gran Guardia, nonché aggravare i problemi legati all’affollamento e alla gestione della viabilità nell’area. Inoltre, il Piano descrive strutture alberghiere e soluzioni abitative pensate per clienti e inquilini di fascia alta, ma lascia poco spazio a misure più consistenti a sostegno della residenzialità. Meno complessa e controversa appare invece la riorganizzazione delle sedi museali, che potrebbero avere un certo successo qualora riuscissero a fare rete con i poli espositivi già esistenti.

Ci aspettiamo dunque che nel post Covid19 non solo si arrivi ad un piano del commercio nella Città Antica, alla luce ad esempio dell’importanza dei negozi di prossimità per gli abitanti del quartiere durante la recente pandemia, ma che le cifre del turismo, che basterebbero da sole a spiegare la diffusa volontà delle amministrazioni locali di massimizzare gli introiti derivanti dal settore turistico, non siano l’obiettivo prioritario: è auspicabile che a queste subentri come fine principale la qualità della vita degli abitanti, valore quest’ultimo che da solo attira un turismo a sua volta di qualità in una rigenerazione urbana del centro storico che sia valore e non prezzo del territorio.