Parla raramente, ma quando decide di farlo ogni lettera che esce dalla sua bocca  porta con sé un peso specifico importante. Giordano Veronesi ha deciso di esserci ieri in piazza, a meno tre gradi. Ha deciso di metterci la faccia nel “silenzio assordante”, come lo ha definito qualche imprenditore nei giorni scorsi, di Confindustria Verona, l’associazione di categoria che lo stesso Veronesi ha presieduto in passato e che in queste ultime settimane, dove tutto il mondo imprenditoriale e sindacale scaligero ha fatto una scelta di campo netta e decisa per lo sviluppo e per la crescita del Paese, ha lasciato spazio a dei vuoti per certi aspetti incomprensibili.

“È giusto essere qui, ma dovremmo essere in centinaia di migliaia perché questo Paese che dice no alle infrastrutture è un Paese che vuol morire. – ha esclamato con durezza e rammarico Veronesi –  E se continuiamo così, finirà davvero che noi dovremo inchinarci ai cinesi o agli indiani. Vedete tutti che vengono qui in Italia a comprare le aziende e quando arrivano loro noi ci dobbiamo mettere da una parte, quindi vuol dire che siamo perdenti”.

Un Veronesi battagliero, orgoglioso, lucido nella sua analisi di imprenditore navigato: “E’ un Paese il nostro che si sta arricciando e arroccando su se stesso, credendo di essere al centro del mondo. Guardate che il mondo è grande! – ha sottolineato nel corso dell’intervista rilasciata alla nostra collega Miryam Scandola – Il nostro Paese non ha più umiltà, è un Paese in bolletta che non ha più l’umiltà! Non andiamo avanti così, non si va avanti così”.

Infine una chiosa amara, sentita, che rappresenta allo stesso tempo un monito per le nuove generazioni, ad avere più attenzione per i nodi cruciali che riguardano lo sviluppo e la crescita della nostra società: “Guardate che voi giovani sarete fottuti – ha concluso senza mezzi termini l’imprenditore veronese –  perché quando si arriva a rinunciare alla produzione, in questo caso del mais che per noi è indispensabile, senza utilizzare le nuove tecnologie e le nuove sementi per produrre il doppio, non solo in quantità, ma anche in qualità, vuol dire che siamo un Paese destinato a morire.