Intercettato prima del concerto a Bosco Chiesanuova, che ha aperto il suo tour “Fibrillante”, Eugenio Finardi ha raccontato a Pantheon il suo ritorno ad un lavoro di inediti, rivelando quando è cambiata la sua musica e lanciando un messaggio anche per tutti i giovani.

Quando arriviamo per l’intervista, lo troviamo seduto sul divano dell’albergo che lo ospita. È stanco dopo le prove in teatro, qualche giorno prima dello spettacolo che il 7 marzo ha battezzato il tour del suo nuovo disco “Fibrillante”, tra le montagne di Boscochiesanuova.
Ha addosso quel buon odore. Quello di fumo denso, di tabacco, di vino e d’incenso che canta in “Un uomo”. Eugenio Finardi, come fanno i migliori cantautori, indossa sempre un po’ i versi delle sue canzoni.

Sono passati quindici anni dal suo ultimo disco, era il 1998. Ora il grande ritorno con “Fibrillante”. È un disco che viene dopo diverse esperienze musicali. Qual è l’eredità dei generi che ha frequentato?

L’eredità è stata la voce. Queste esperienze sono state molto interessanti a livello musicale, ma fondamentali a livello vocale. Cantare Finardi un tempo richiedeva una vocalità semplice. Ma cantare il fado (musica portoghese, ndr), il blues, la classica contemporanea, che avevano necessità vocali diverse da quelle a cui ero abituato, ha ampliato tantissimo la gamma di sapori vocali che riesco, ora, ad esprimere. E poi c’è stata l’esperienza incredibile del Teatro-canzone. Eseguire i testi di Vladimir Vysotsky, grandissimo cantautore sovietico, il più grande ribelle del ventunesimo secolo, è stato importantissimo. Cantare le sue storie mi ha insegnato a cantare in terza persona, che è proprio quello che ho cercato di fare nel nuovo disco.

A proposito di questo, “Cadere e sognare” è una canzone speciale che parla di una storia triste e attuale, quella di un uomo che ha perso il lavoro.

Proprio così, è una canzone nata durante un concerto che abbiamo regalato alla città di Carbogna, in Sardegna, per solidarietà ai lavoratori del Sulci, che sono stati colpiti moltissimo dalla crisi. Mentre suonavamo un uomo si è messo a urlare, disperato “Eugenio, sono dieci anni che non lavoro, ho tre figli non so come dar loro da mangiare”. Questa voce ce la ricordiamo tutti. Ci ha graffiato l’anima. Mi è rimasto dentro quel grido e quindi poi, quando in sala incisioni Giovanni (il chitarrista, ndr) ha iniziato a suonare la chitarra, io ho improvvisato. Mi è uscita fuori questa voce e ho romanzato una storia plausibile. Purtroppo oggi, con questa crisi, troppo plausibile.

Il coraggio della protesta è ancora fortissimo in lei. Ma la militanza, che era quasi una funzione obbligata del cantautore nei difficili anni Settanta, oggi, secondo lei, trova ancora spazio?

Dopo 40 anni tiro le somme e ovviamente ho una consapevolezza diversa. Troppe delle mie prime canzoni di protesta sono di stretta attualità. Uno spererebbe che, ad un certo punto, cessino di esserlo. Il ruolo che avevamo noi negli anni Settanta oggi ce l’hanno i rapper. Sono loro che fanno la musica ribelle del presente. Di loro stimo il coraggio di fare nomi e cognomi, di attaccare direttamente. Salmo, Fedez, Marracash parlano di cose di stretta attualità, senza paura. Sono i nostri eredi.

Nella canzone “Come Savonarola”, una delle più belle del suo ultimo disco, ripete la parola urlare e gridare tantissime volte. Qual’è il suo urlo oggi?

Svegliatevi giovani! Dovete alzarvi per cambiare le cose! (sorride)
Ma forse la vostra generazione non protesta più perché ha visto la nostra urlare tanto per poi vendersi.

Ma nel suo Fibrillante, accanto alla sezione che lei ama definire “maschile”, arrabbiata, c’è ne una più sottile ed intima dove la donna è protagonista e regina.

È vero, e se vogliamo la canzone che meglio incarna questo è “Lei si illumina”. In una sezione dell’album rendo omaggio alle donne, a quelle della mia vita e anche a tutte le altre. Soprattutto a quelle che hanno il coraggio di invecchiare. Perché, mentre gli uomini tendono ad avvizzire, quando le donne invecchiano diventano radiose.

Come è stato fare le prove generali per il tour che vi porterà in giro per l’Italia e fare la tappa zero, qui, a Verona, tra le montagne di Boscochiesanuova? (mentre parliamo, sorridendo, ci mostra alcuni dei cartelloni pieni di frasi rubate dalle sue canzoni, che per una settimana hanno invaso tutto il paese, ndr)

La Lessinia è qualcosa di meraviglioso, l’ho scoperta solo due anni fa, quando ho fatto “Voci e Luci” a malga Podestaria. Il ricordo di quel prato meraviglioso pieno di persone, che avevano camminato molto per sentire il concerto, mi ha lasciato la voglia di tornare. A Boscochiesanuova siamo stati accolti benissimo, perché è stata un’accoglienza di cuore. Qualche giorno fa, addirittura, una signora del posto mi è venuta a cercare in teatro, quando mi ha trovato, mi ha messo in mano un sacchetto di biscotti e mi ha ringraziato perché proprio sulle note di “Amore diverso” ha conosciuto quello che sarebbe poi diventato suo marito. E io, mi sono commosso.