Quattro chiacchiere con uno dei giornalisti storici di Verona, che ai tempi dell’iscrizione all’Albo fu il più giovane professionista d’Italia: da “Cocktail” a Telenuovo, passando, ovviamente, per L’Arena. Questa la Verona di Nin.

La Verona del buon senso. La Verona del purismo. La Verona del lealismo filogovernativo. Questa la città descritta dagli studiosi. Caratteristiche che si riferiscono al secolo della dominazione austriaca e poi dell’Unità d’Italia. Eppure caratteristiche sempre presenti, prima e dopo. Ancora oggi ci si domanda il motivo che paralizza Verona. Quel qualcosa che la rende diffidente verso il nuovo e profondamente legata alla tradizione. Dove si rifugia, quasi per rassicurarsi.
Se lo domanda anche una persona che la città l’ha conosciuta, scoprendone i lati più reconditi. «La città ha avuto dei geni apprezzati in tutta Europa e che non sono stati valorizzati a casa loro», esordisce, «dovrebbe tornare a essere una città più colta. Le persone ci sono».
Lui è Gian Battista Guarienti, conosciuto come Nin. “L’intervistatore”, come ci piace definirlo. Un appellativo che richiama la sua lunga carriera di giornalista, iniziata quasi cinquant’anni fa. Ce lo immaginiamo mentre scorrazzava con la sua vespa rossa per la città, in cerca di storie. «Andavo dappertutto», ammette lui stesso. «Era divertente fare cronaca. Mi piaceva andare a scavare in profondità». Un ricordo felice, e ormai lontano. Sono passati infatti vent’anni da quando si è trasferito in campagna, dove oggi ci accoglie, seduto davanti a un bicchierino di china e alle sue inseparabili sigarette.
«Da giovane, quando ero al ginnasio, mio fratello era nella redazione di un giornale nella stessa scuola, il Maffei». Si chiamava Il Violino, «di una cultura enorme», rammenta. «Mi era piaciuto molto, tanto che pensai anch’io di realizzarne uno». Nacque così Cocktail. L’ambiente tipografico lo affascinava molto e un giorno un amico di famiglia, l’ing. Iseppo Loredan, gli disse: «tu sei adatto a fare il giornalista». Venne meno così ogni dubbio sulla strada da intraprendere. «Iseppo conosceva Giudici, l’allora presidente de L’Arena, un uomo affascinante, e mi disse di andare a provare».
Al tempo l’iter per fare il giornalista passava attraverso la conoscenza di qualcuno all’interno del giornale. Si iniziava così il praticantato. Poi c’erano gli esami a livello nazionale. «Mi ricordo che nello scritto ho parlato di un signore, di cui non ricordo il nome. L’ho scritto con estrema simpatia, tanto da ottenere il punteggio pieno». E con tono divertito esclama: «all’orale invece ho avuto tanta fortuna!».
Per alcuni anni Nin fu il più giovane giornalista professionista in Italia. Al tempo L’Arena aveva diciotto giornalisti. «Io ho passato tutti i settori. La cronaca mi divertiva molto, perché potevo raccontare storie, ma dopo 4-5 anni sono passato agli Spettacoli e alla Terza Pagina». Per anni è andato d’accordo con tutti i direttori del giornale, o quasi, come ci tiene a precisare. «Non osavano correggermi, altrimenti diventavo violento!».
Sorride Nin. Sempre con quel suo tono divertito. Sì perché «nella vita il divertimento è importante, altrimenti si diventa cupi». Forse con lo stesso atteggiamento, nel 1985, ha lasciato il più famoso giornale di Verona per accettare l’offerta di Telenuovo, al tempo una rete ancora poco conosciuta. Mosso anche da quella voglia di cambiamento e di provare esperienze nuove che «ti aprono la mente». Nella nuova redazione scriveva per il settimanale Nuovo veronese e seguiva i giornali televisivi. «Mi sono divertito. Facevo principalmente interviste», come ha continuato a fare dopo che ha mollato tutto per trasferirsi in campagna, scrivendo un articolo a settimana per il giornale Le grandi interviste, quello che in fondo Nin ha sempre avuto a cuore.
«Nell’intervista a un personaggio, il privato viene a galla. Prima è un paludato, poi si apre. La gente, se sa che non la tradisci, si spoglia da sola». L’importante, ci spiega, è dare una versione di verità. «Il difetto di chi fa il giornalista è credere di avere la verità in tasca, di poter giudicare. È il lettore, invece, che deve farsi un giudizio, non pilotato».
Ne ha intervistati tanti di personaggi, Nin. Di alcuni ha un ricordo particolare e positivo. A Verona sono molte le persone che apprezza. «Questa città ha gente brava che non sa farsi avanti», forse intimorita da chi ha il potere, dove i soldi sono il fine principale. «C’è stato un “involgarimento” negli ultimi anni», lamenta Nin. «Da tempo ormai la città ha puntato più sulla quantità che sulla qualità». Certamente infatti i turisti sono sempre più numerosi. «La città è assediata da cose che fanno spettacolo per il popolo, ma non cultura. Manca la sostanza».
Quella sostanza che a lui piace portare a galla nelle sue interviste, e che ha ritrovato nella vita in campagna. «Qui ho capito che tutte le persone, anche e soprattutto le più semplici e naturali, possono insegnarti qualcosa». E sono loro che Nin vorrebbe ancora intervistare.