Giovanissimi che si prendono cura di un parco del paese e lo abbelliscono anziché vandalizzarlo. È il lascito positivo del neonato polo territoriale del “Progetto WelfCare” di Lavagno, promosso dal Consorzio di cooperative sociali Sol.Co. Verona, col patrocinio del Comune di Lavagno e il contributo di Fondazione Cariverona, che ha avuto come braccio operativo la cooperativa sociale Monteverde.

Ora, nel parco “Madonna della serenità” di via Quarto, a San Pietro di Lavagno, c’è un cartello di legno per ogni pianta – carpino nero, orniello, frassino, abete rosso – che ne descrive famiglia, altezza, fogliame, origini, corteccia e altre curiosità. Sullo sfondo svetta un murale colorato realizzato dai partecipanti del percorso “Il parco che vorrei”, uno dei tre filoni con cui è debuttato – a giugno – il nuovo polo territoriale del “Progetto WelfCare”

Qui ognuno ci ha messo del suo. E proprio l’impegno e il coinvolgimento degli adolescenti del paese era uno degli scopi del progetto, voluto per favorire esperienze di relazione positiva, contro gli effetti negativi della pandemia, e per rendere le nuove generazioni più responsabili della cura dei luoghi pubblici che frequentano, come le aree verdi. «Sono stati una cinquantina i ragazzi che, a rotazione, con entusiasmo e buona volontà hanno partecipato al laboratorio, due volte la settimana, fino all’inizio del nuovo anno scolastico», fa sapere la psicologa e psicoterapeuta Diletta Mazzocco, responsabile dell’area Minori e famiglia della cooperativa, referente del polo. 

L’attività di riqualificazione del parco è avvenuta sotto la supervisione di Caterina Tosi, psicologa della cooperativa sociale Monteverde. Ma gli incontri hanno avuto un taglio comunitario, perché vi hanno preso parte volontari della protezione civile, degli alpini e dell’amministrazione comunale. I giovanissimi hanno pulito l’area, sistemando tavoli e panchine. Poi, con l’aiuto del laboratorio laser della cooperativa sociale Monteverde, hanno pensato ai cartelli di legno su cui sono state incise le informazioni sulle piante presenti, installati grazie all’aiuto di Giuliano Perlati. Per il murale, invece, hanno potuto contare sui suggerimenti del writer Michele Vicentini, che li ha aiutati a sviluppare e trasferire sul muro la loro idea, incentrata sul tema dell’armonia.

Bilancio positivo anche per gli altri due filoni del “Progetto WelfCare”: “MyBESt, la palestra dell’incontro” ha affiancato 7 ragazzi e ragazze con bisogni educativi speciali (Bes) segnalati da scuola e servizi sociali (due ore al giorno, per due volte la settimana); “Desidero mettermi alla prova”, ovvero l’alternanza scuola-lavoro, ha coinvolto 21 studenti del terzo e quarto anno degli istituti “Copernico Pasoli”, “Educandato Agli Angeli”, “Carlo Montanari”, “Guarino Veronese” e “Michele Sanmicheli”.

Conclusa la prima fase, adesso si studiano ulteriori proposte. «La nascita del polo “WelfCare” di Lavagno ha ricevuto riscontri molto positivi da parte dei ragazzi, delle loro famiglie, del vicinato e degli enti pubblici: terminata la parte operativa estiva, ora passeremo alla mappatura dei servizi e dei bisogni, incontrando le associazioni del territorio per sviluppare ulteriori progetti», informa la dottoressa Mazzocco. 

Esprime soddisfazione anche Chiara Bebber, responsabile del “Progetto WelfCare” per il Consorzio Sol.Co. Verona, che conta altri 5 poli territoriali nei quartieri cittadini di Saval, Borgo Roma e Parona, e a San Bonifacio e Villafranca. «Il “Progetto WelfCare” è un modello che si mette al servizio dei territori ascoltandone i bisogni e attivando risorse che possano incrementare il benessere dei cittadini – sottolinea –. Il polo di Lavagno dimostra con forza come i giovani siano enormi risorse della comunità che abbiamo tutti il dovere di accompagnare, valorizzare e indirizzare verso il bene comune».

Un aspetto che sta a cuore anche al Comune di Lavagno, come sottolinea il sindaco Marco Padovani. «L’iniziativa ha trovato posto nella programmazione di questa amministrazione in relazione alle iniziative legate al mondo giovani, alla loro interazione con lo spazio che li circonda e, di conseguenza, con la comunità in cui vivono – dice –. “Il parco che vorrei” è la risposta a chi usa il gesto vandalico per far sentire la propria voce, scoprendo che non necessariamente deve essere distruttiva, ma piuttosto creativa. Ecco allora che lo spazio, il luogo che frequentano, diventa in sé dialogo, dal quale non possiamo sottrarci nel non ascoltare. Non deve passare, quindi, l’idea che “Il parco che vorrei” sia lo spartitraffico tra “buoni” e “cattivi”, tutt’altro: mette tutti i ragazzi sullo stesso piano, offrendo loro uno strumento dinamico ed estroso, facile e propositivo».

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