Maria Fioroni

Alla storia concesse la sua casa. Alla beneficenza concesse il suo tempo. Alla generosità concesse il suo spirito. Alla patria concesse il suo amore. Vi raccontiamo di Maria Fioroni, archeologa, collezionista, filantropa e crocerossina di Legnago.

Nata nel 1887 in quella che al tempo si chiamava Massa Superiore (oggi Castelmassa) e divenuta cittadina di Legnago, Maria fu «una delle figure di spicco nel panorama culturale veronese del secolo scorso». Soprattutto quando, negli anni Venti, cominciò un’intensa attività di ricerca archeologica. La sua passione per il passato dell’umanità la indusse ad adibire la sua casa di via XX settembre a museo. Inaugurato nel 1937, esso fu oggetto di attenzione da parte dei media nazionali. «Si trattò di una delle aggregazioni più interessanti per la qualità e per l’unicità dei materiali, imponendosi in Veneto come una delle contestualizzazioni museali private più rappresentative».

Fu qui che Maria annidò il suo sentimento patriottico, condividendolo con il pubblico. Furono infatti le «collezioni risorgimentali a costituire il fulcro espositivo del museo». Seguendo le otto stanze in cui si sviluppa il percorso risorgimentale, dalla sala napoleonica si attraversa il corridoio del Risorgimento, la sala del 1848, la Sala Bonomi, famiglia facoltosa di Legnago, quella dei 200 patrioti legnaghesi che parteciparono alle battaglie del Risorgimento, per giungere alla sala Garibaldi, che ripresentava la stanza dell’albergo Paglia in cui dormì il generale il 10 marzo 1867. Maria dette così visibilità a quell’amore per la patria trasmesso in famiglia.

Anzitutto dal padre, Enrico, combattente nella battaglia di Bezzecca. E dal prozio, Marino Bevilacqua, che come «intimo del generale Garibaldi e di Giuseppe Mazzini, aveva retto le sorti di molti dei comitati segreti che contribuirono a tenere unite le fila dei fuoriusciti veneti in Lombardia». La giovane studiosa ascoltò senz’altro i racconti dei familiari tra le mura di casa. Colse lo spirito, le ragioni, di quella lotta decennale che portò all’unità dell’Italia. Sul suo comodino non sarà mancato il libro per eccellenza del patriottismo italiano. Nelle pagine di «Cuore» di De Amicis era palesato il senso di questo amore, della nazione come comunità di discendenza.

«Perché amo l’Italia? Perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché italiana è la terra dove sono sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera… Ella è una così grande e sacra cosa», scriveva il padre al figlio Enrico. La pedagogia patriottica aveva posto le sue basi a partire dall’Unità d’Italia, seppure in maniera più «moderata» rispetto a quella di inizio Novecento, e con protagonisti principali le famiglie borghesi e i loro figli. Era infatti la famiglia il primo nucleo di nazionalizzazione. «Di educazione al senso dell’autorità, della disciplina personale e dell’etica del lavoro».

Così attraverso il racconto di genitori, nonni, parenti, perfino domestiche, attraverso le letture di opere tra cui spicca «Cuore», i giovani rivivevano i momenti salienti che portarono all’unificazione. «In tutti gli strati sociali poteva capitare di avere un ascendente o un parente o magari un conoscente che aveva indossato la camicia rossa e partecipato all’impresa dell’Eroe dei due mondi», Garibaldi. Così Maria avrà letto “Il giornalino della domenica” o “Lo scolaro”, tutta quella letteratura per ragazzi all’insegna della nazionalizzazione. Avrà appreso dalle lezioni scolastiche il messaggio patriottico. Perché, come scriveva Neretti nella Prefazione a Il Risorgimento nazionale del Libretto per la terza classe elementare (1903): «È necessario che i nostri fanciulli i quali, compiuto l’obbligo dell’istruzione, potranno poi esercitare liberamente i loro diritti di cittadini, sappiano quante lotte, quanti dolori è costata la libertà che godranno, ed imparino ad amare la patria, ad avere riconoscenza per chi la riunì indipendente in un solo Stato e a essere degni di lei, ogni ora, coi pensieri e con le opere».

Avrà rivissuto la memoria della patria per le strade delle città dove venivano eretti monumenti, intitolate strade ai patrioti, dove lo spazio urbano veniva ormai inteso come un grande «palcoscenico patriottico». Non esitiamo quindi a pensare che questa riconoscenza verso gli antenati, questo sentimento ereditato in famiglia, abbia portato la Fioroni a impegnarsi a favore dei più sfortunati della Prima guerra mondiale quale volontaria della Croce Rossa. Una delle case editrici più in auge al tempo, la Bemporad, sosteneva che «una guerra non si fa, non si combatte e soprattutto non si vince, se tutto un popolo, o almeno la parte migliore di esso, non la comprenda, non la spieghi, non la giustifichi». E certo il messaggio pedagogico fu ricevuto e interiorizzato da molti. Come Maria.