«La parola ha una funzione molto varia: può salvare, ma anche uccidere, offendere, opprimere» esordisce Michele De Beni dell’Istituto Universitario Sophia. «La parola, come elemento negativo, è fonte di guerre, di controversie. La parola “pietra” però ha anche un valore simbolico positivo. L’educazione, per esempio, può mettere pietre miliari nei percorsi degli studenti: una parola “giusta” dà delle “ali” per crescere, per rapportarsi con il mondo e con l’altro». «Il parlare, inteso come opera di “pontificato”, nel senso di “creare ponti”, è fondamentale in un tempo in cui le parole – soprattutto se guardiamo ai social, alle conversazioni per strada – sono attraversate da odio e disprezzo, soprattutto su certe tematiche. Riscoprire la dimensione etica della parola, che è l’abc della convivenza civile, contribuisce alla creazione di rapporti che abbiano un senso». A dirlo è Luciano Manicardi, della Comunità di Bose. «Nella parola esprimo me stesso, creo la relazione con l’altro, e si creano le relazioni sociali e politiche. Siamo legati gli uni agli altri dalla parola. Come diceva Holderlin, noi siamo dialogo; o si riscopre questa dimensione dialogica di ponte, o resta solo la violenza». La tre giorni di formazione ha coinvolto insegnanti, ma anche studenti delle scuole superiori e molti genitori, che hanno dimostrato – secondo gli organizzatori – di avere un’ansia “buona” di capire, di informarsi.

«Abbiamo voluto simbolicamente riscostruire la comunità educante, coinvolgendo tutti i suoi attori; a parere ormai unanime, l’unico antidoto all’individualismo, a questa apatia diffusa, è infatti la ricostruzione delle micro-comunità in tessuti di reciproco interesse, di attenzione, di quella umanità che oggi sembra fuggire, per circolare invece nel mondo virtuale. Occorre tornare a essere saldamente inseriti in una comunità che abbia a cuore i rapporti» prosegue De Beni. Domenico Bellantoni, della Pontificia Università Salesiana, mette sul tavolo un ulteriore argomento strettamente connesso ai precedenti, ossia quello dell’intelligenza intrapersonale, che è «la capacità di comunicare tra sé e sé, di arrivare alla profondità del proprio io, una dimensione con cui i ragazzi hanno poca confidenza». «Le parole – spiega Bellantoni – possono essere ponti, pietre, cioè riferimenti solidi in un mondo liquido, e ali. È chiaro però che queste parole le deve pronunciare la persona, che spesso si trova nella condizione del “vorrei, ma non posso”: vorrei dire qualcosa, so quali parole dovrei pronunciare, ma non lo faccio e non ne capisco il perché. Occorre capirlo, e farlo significa leggersi dentro, capire cosa sta influenzando da un punto di vista emotivo quello che cognitivamente vorrei dire all’altro. In un mondo in cui, anche a livello scolastico, si spinge molto sulla tecnologia, forse bisogna ricordare che il primo strumento, nella scuola, è l’educatore e la relazione educativa». “Prima la persona”, quindi. «E se questo fosse chiaro anche agli insegnanti, qualche guadagno ci sarebbe anche nel rendimento scolastico. Le ricerche OCSE dimostrano, infatti, che dove c’è una buona relazione, c’è un maggior rendimento accademico» conclude De Beni. «Noi del mondo educativo dovremmo essere ben consapevoli che queste sono le basi su cui costruire» commenta Alessio Perpolli, dirigente dell’Istituto Comprensivo di Bosco Chiesanuova, intervenuto al convegno. «La forza del mondo dell’educazione, in generale, è data dalle relazioni. Non è la normativa, la parte amministrativa, a fare la scuola. Se un sistema educativo funziona, lo fa perché al suo interno reggono le relazioni