Gli esperti concordano: quello che ci ha investiti in questa emergenza sanitaria non è smart working ma una rapida risposta ad una situazione di emergenza. «Il ritrovarsi all’improvviso a dover fare le stesse cose in altro modo e in altri luoghi rispetto all’abituale sede di lavoro non è smart working – commenta il professor Riccardo Sartori, psicologo del lavoro e docente all’Università di Verona –. Abbiamo cercato di mandare avanti le cose usando in modo più o meno competente, più o meno esperto e con adeguata o inadeguata padronanza le cosiddette nuove tecnologie». Un’accelerazione straordinaria del lavoro agile, dunque, ma anche un suo profondo snaturamento.

Riccardo Sartori, psicologo del lavoro e docente all’Università di Verona

«L’obiettivo del lavoro agile – come ricorda Massimiliano Zanetti, Presidente Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro Unione Provinciale di Verona – è appunto la conciliazione di obiettivi di miglioramento della competitività aziendale con quelli di miglioramento dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti. Quanto attuato recentemente ha confuso, forse in modo irreparabile, il lavoro agile con il telelavoro».

Massimiliano Zanetti, Presidente Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro Unione Provinciale di Verona

Lo smart working esisteva già prima della pandemia e, come precisa Sartori, le nuove tecnologie hanno grandemente favorito e ampliato le possibilità per tutti noi di mandare avanti le cose, lavorativamente parlando, anche quando non siamo dietro una scrivania. «Ma è un qualcosa che va pianificato, stabilito, organizzato e, soprattutto, mantenuto all’interno di un’adeguata anche se non rigida divisione tra tempo di vita e tempo di lavoro».

Il rischio? «Un’invasione del lavoro nella propria vita familiare, un multitasking obbligato e deciso più dalla tecnologia che dagli esseri umani e nuove forme di esaurimento emotivo» commenta Sartori. E mentre online impazza la rivendicazione al diritto alla disconnessione, è bene chiarire alcuni aspetti normativi che regolano il lavoro agile.

«Non vi è uno specifico passaggio normativo che preveda un diritto alla disconnessione – spiega Zanetti – però il lavoratore deve sapere che il lavoro agile è frutto di un accordo ed è in questo ambito che devono essere scritte le regole. Il lavoro agile non può essere interpretato come l’occasione per bypassare le giuste tutele che regolano il rapporto di lavoro subordinato, anche se sull’argomento è in atto un ampio confronto tra le parti sociali e il legislatore».

La regolamentazione del lavoro agile è dunque lasciata alle parti in gioco. Alla base la Legge 81/2017 che costruire solamente la cornice di questa modalità di svolgimento del rapporto di lavoro. «Per approcciarsi correttamente a questa modalità di lavoro – aggiunge Zanetti – è necessario che le parti acquisiscano la consapevolezza che il lavoro agile deve essere un’occasione di crescita e di maturazione, anche etica, del rapporto di lavoro. L’Associazione Nazionale Consulenti del Lavoro, ed i professionisti che rappresenta, hanno posto la massima attenzione nello studio e nella attuazione di questa modalità di prestazione del lavoro, perché ritenuta un’opportunità di crescita e sviluppo delle imprese. Necessita, però, che si perfezioni un approccio serio e responsabile di tutte le parti in gioco».

Un fenomeno che ha raggiunto in questi mesi numeri importanti e rilevanti che probabilmente si ridurranno una volta superata l’emergenza sanitaria; non è escluso, tuttavia, che invece questa soluzione possa trovare, in futuro, una sua dimensione naturale, e certamente superiore a quella pre-covid. «D’altra parte – conclude Sartori – se questa pandemia si fosse verificata anche solo dieci o venti anni fa non sarebbe stato possibile fare tutte le cose che ci è stato invece permesso di fare in questo periodo grazie alle nuove tecnologie, socialità compresa.

Ricordiamoci, inoltre, che ci sono schiere di lavoratrici e lavoratori che semplicemente non possono lavorare distanti dal loro luogo di lavoro fisico per cui, nonostante le riconosciute ricadute negative del cosiddetto smart working, bisogna pur sempre rilevare gli aspetti positivi del poter lavorare tranquillamente da casa propria senza correre i rischi di esporsi ad un contatto sociale che seppur in minima parte porta con sé una certa probabilità di contrarre il virus».