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Professore Delfitto, partiamo dall’etimologia. Da dove nasce la parola virus?

In latino virus equivale a ‘veleno’. Identificati tra fine ‘800 e inizio ‘900, i virus hanno contribuito allo sviluppo delle nostre conoscenze in biologia molecolare e biologia evoluzionistica. Un libro che consiglierei è quello del virologo E.C. Holmes, ‘The Evolution and Emergence of RNA Viruses’, Oxford University Press.

Il passaggio, sancito dall’Oms, dal termine epidemia a pandemia ha contribuito a far percepire il problema, a farlo diventare reale? Se fosse stato usato un altro termine, l’allarme sarebbe stato lo stesso?

Non credo che il termine ‘pandemia’ abbia giocato un ruolo importante. Invece di giocare con il presunto valore ‘evocativo’ delle parole, l’OMS avrebbe fatto meglio a prescrivere ai servizi sanitari nazionali di concentrarsi sui sintomi del COVID, in modo da poter identificare già a gennaio i primi casi. Invece abbiamo avuto indicazioni vaghe e un grave ritardo prima che si lanciasse l’allarme e si prendessero provvedimenti.

Denis Delfitto

Il contenimento del Coronavirus è spesso assimilato ad una guerra. Si combatte in corsia, i medici e gli infermieri sono, per eccellenza, “gli eroi”. L’utilizzo del lessico bellicoso, con tutte le implicazioni che si porta dietro, in questo contesto è corretto?

Del tutto appropriata la parola ‘eroi’ per il personale medico e paramedico in prima linea. Come già suggeriva Albert Camus nella ‘Peste’, ci hanno in effetti restituito il senso vero della parola, quello di un sacrificio spesso invisibile. Non possiamo diventare santi e risolvere le contraddizioni dell’esistenza o le diseguaglianze di fronte alla malattia, ma possiamo cercare di salvare ogni singola vita anche a prezzo di seri rischi personali. L’eroismo è questo.

Il periodo di lockdown ci ha consegnato nuovi significati? Parole come “casa”, “tempo”, “virtuale” si sono trasformate?

Più che il significato di queste parole, si è trasformata la nostra percezione degli oggetti che ad esse corrispondono. Abbiamo rivolto loro uno sguardo nuovo. In particolare la comunicazione telematica a distanza si è arricchita di un valore profondamente umano di ricerca del contatto.

Il Coronavirus ha contribuito ad un mutamento linguistico in breve tempo?

Ha forse portato un po’ più di attenzione per la natura del lessico della scienza. Ha fatto capire che le parole ci servono soprattutto per comprendere il mondo, non solo per sedurre e ingannare gli altri con vaghe allusioni e vaghe promesse. Ma se questo effetto c’è stato, non mi farei purtroppo illusioni sugli effetti a lungo termine.

Questa “lingua del virus” che si nutre di neologismi (coronabond, coronafake) come di parole riempite di nuovo significato (quarantena, autocertificazione, servizi essenziali, congiunti) ci ha permesso di accettare meglio le restrizioni?

Non credo proprio. Ma ha forse contribuito, almeno in qualche momento, ad alimentare un po’ le nostre paure e i nostri stati di apprensione e, nelle persone più positive, ha innescato una utile spinta all’umorismo e all’ironia, che sono stati importanti per evitare abbattimento e depressione.

Covid, virus, coronavirus: l’utilizzo costante e forse esagerato di questi termini nella comunicazione dei media e della politica che effetti avrà a lungo termine?

Spero che questi termini restino a lungo nel dibattito pubblico, se non altro per tenere vivo il senso di allarme per i pericoli di nuove pandemie, che in questo mondo globalizzato sono più che mai reali e sono stati a lungo completamente trascurati da governi e istituzioni internazionali.

Di che parole avremo bisogno per il dopo?

Avremo bisogno di consapevolezza, responsabilità e impegno. E che non siano solo parole.