Era il cinque agosto 2014 quando Viān Dakhīl, deputata di origine ezida, annunciò con la voce rotta dalle lacrime all’assemblea parlamentare irachena quello che stava accadendo al suo popolo: durante la notte fra il 2 e il 3 agosto le milizie dell’ISIS avevano attaccato la minoranza religiosa stanziata da millenni nella regione occidentale del Sinjar, e non sembravano volerle lasciare alcuno scampo.
Almeno tremila persone morirono durante i primi attacchi, altre seimila furono sequestrate: donne abusate e ridotte in schiavitù, uomini giustiziati, bambini costretti a diventare soldati. Un genocidio programmato, non il primo nella storia tragica di questo popolo ma sicuramento uno dei più brutali, che, dopo un iniziale interessamento da parte dell’Occidente, sembra di nuovo condannato all’indifferenza generale.


Ad accendere nuovamente i riflettori su questa vicenda ci ha pensato l’associazione veronese RedLab -Darkroom over the borders, fondata da Pietro Albi, Elena Grigoli e Filippo Tommasoli che proprio nella zona di Sinjar ha deciso di far arrivare il suo aiuto.
Dal 2018 i volontari di RedLab lavorano con le persone che vivono nel campo profughi di Bajed Kandala, situato nel triangolo tra Siria, Turchia e Iraq e abitato da più di 11.000 persone irachene di origine ezida. L’associazione ha deciso di utilizzare un approccio nuovo e creativo alla questione: il lavoro di RedLab ruota infatti attorno alla fotografia analogica e in particolare alla tecnica del foro stenopeico, che permette di creare macchine fotografiche rudimentali da oggetti di uso quotidiano, come le lattine, e di creare immagini vicine al surrealismo e molto personali.
«La fotografia stenopeica è il “grado zero” della fotografia, – ci spiegano i volontari di RedLab – è la fotografia ridotta al sua modalità più essenziale. E questo ha il grande merito di permettere alle persone a cui ci rivolgiamo di esprimere se stessi nel modo più libero possibile».

«Le persone all’interno del campo di Bajed Kandala vivono lì da ormai cinque anni: doveva essere una situazione temporanea che alla fine è diventata permanente, lasciando a loro il compito di ricostruirsi una propria quotidianità»


Fin dal primo laboratorio creato a Bajed Kandala nell’agosto 2018, RedLab ha lavorato con i ragazzi e le ragazze del campo, costruendo con loro le fotocamere stenopeiche, insegnando come utilizzarle e poi sviluppando le fotografie nella camera oscura creata ad hoc all’interno del campo. Il passo successivo è quello di chiedere agli autori delle immagini di descriverle, dando quindi a loro la possibilità di esprimere se stessi e il loro mondo, con le proprie parole.
Un passaggio fondamentale, come ci spiegano i volontari: «Il nostro laboratorio mira all’autoespressione della persona per una sua autorealizzazione e si rivolge soprattutto a coloro che hanno subito traumi in zone di confine fisiche e mentali».
«Siamo partiti dal Kurdistan, quindi una zona di frontiera fisica effettiva, ma abbiamo voluto allargare il concetto di frontiere anche a quelle psicologiche e sociali: quest’estate abbiamo infatti collaborato con Centro di salute mentale di Verona. I ragazzini in Kurdistan, o le persone del Centro di salute mentale, nel doversi confrontare con questa tecninca riescono a esprimere il proprio vissuto in modo molto personale. È proprio dalla manualità della fotografia stenopeica che si ottiene quel valore aggiunto che una fotografia scattata con il cellulare difficilmente riuscirebbe a donare».


Con il materiale raccolto durante il primo viaggio in Kurdistan, RedLab ha deciso di realizzare un libro fotografico, disponibile sul sito dell’associazione. Il titolo del libro (e non è un errore) è “This picture it’s normal picture” ed è tratto da una frase di Fatima, una delle giovani partecipanti ai laboratori fotografici. «La frase di Fatima può essere interpretata in diversi modi: si tratta sì di una fotografia “normale”, come il resto delle immagini presenti nel libro, ma allo stesso tempo questa fotografia arriva da un contesto tutt’altro che normale. Le persone all’interno del campo di Bajed Kandala vivono lì da ormai cinque anni: doveva essere una situazione temporanea che alla fine è diventata permanente, lasciando a loro il compito di ricostruirsi una propria quotidianità».
Il libro, prodotto con il supporto di Fonderia 209, è in vendita dal 18 novembre e i proventi aiuteranno i passi futuri di RedLab, che sta lavorando anche a un documentario con la casa di produzione cinqueesei film, e che progetta di tornare di nuovo in Kurdistan nel prossimo futuro, anche grazie all’aiuto di altre associazioni no profit come la veronese One Bridge To Idomeni e la svedese Joint Help for Kurdistan, che a Banjed Kandala gestisce una struttura medica.

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