Foto di Vincio

Sono passati solo pochi giorni dal vostro annuncio dell’annullamento dell’edizione 2020. Scelta immagino molto ponderata ma non facile da prendere? 

Sì, ci siamo presi del tempo prima di annullare perché speravamo in un miglioramento dei dati. Abbiamo sempre sperato che Nameless potesse essere una luce in fondo al tunnel, un segno di speranza e di festa alla fine di un periodo difficile per tutti. Alla fine ci siamo dovuti arrendere di fronte a questa pandemia che sta spazzando via la musica dall’estate 2020.

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Siamo davanti a un cambiamento epocale del quotidiano di ogni persona. Come pensi che la musica possa, nonostante tutto e tutti, ancora una volta aiutarci in questo processo? 

La musica è emozione. Penso che oggi la musica sia uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per evadere dalla monotonia in cui è piombata la nostra vita, quindi si può dire che la musica ci fa compagnia durante le nostre giornate. Certo che vivere la musica a un evento live, sentire le vibrazioni dei bassi che ti entrano dentro e ti riscaldano è tutta un’altra cosa, ed è forse la cosa che più mi manca adesso.

Tutti i più grandi festival europei e non hanno rimandato al prossimo anno l’appuntamento con il proprio pubblico. Oltre alla crisi sanitaria ed economica quali saranno i problemi che eventi internazionali come i vostri dovranno superare? 

Prima di tutto dovremo ritrovare la fiducia della gente. È indubbio che per un certo periodo non tutti vorranno tuffarsi in mezzo a “un mare di persone” per ascoltare concerti e djset. Poi non dobbiamo dimenticare che in tempi di crisi le persone razionalizzano i consumi, e questo significa che dovremo essere competitivi nell’offerta, dovremo fare ancora più attenzione ai costi e dovremo riuscire a non farci bollare come superflui da un mondo che troppo spesso sottovaluta l’importanza sociale e culturale degli eventi. Pensando invece alla produzione, prevedo una serie di normative volte a ridurre il rischio contagio all’interno degli eventi: sicuramente dovremo installare dei termoscanner e moltiplicare esponenzialmente le colonnine con gel igienizzante, ma non vedo applicabile in nessun modo pratiche da “social distancing” la musica live vive di assembramenti. Infine mi preoccupano anche le limitazioni ai viaggi internazionali ed al trasporto aereo in genere. Dietro ai grandi festival c’è sempre una complessa macchina logistica che si occupa di facilitare gli spostamenti dei clienti e di gestire in toto gli spostamenti frenetici degli artisti, il rischio è che tutto si trasformi in maggiori costi.

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Molti individuano questo momento come un nuovo anno zero dal quale ripartire e provare a sistemare i problemi che il music business ha da tempo irrisolti. Pensi davvero si possa iniziare questo cammino? 

Credo sia doveroso provarci. Soprattutto in Italia, dove c’è una grande frammentazione nella rappresentanza e dove ci sono troppi pregiudizi. Mi auguro che intorno all’emergenza possa nascere un dialogo tra le mille realtà che popolano il settore. È ora di nobilitare il music business, perché oltre ad essere una importante industria con decine di migliaia di addetti, è il più importante ed accessibile aggregatore sociale e culturale. Ora più che mai serve una legge per le imprese culturali e creative, e serve superare gli stereotipi che nel nostro paese portano i più a credere che le arti e gli eventi contemporanei non siano fenomeni culturali da tutelare.