L’opinione comune ha da tempo diviso il giorno dalla notte, quasi fosse un peccato descrivere cosa succedeva dopo l’imbrunire. Con “Disco Ruin” penso invece abbiate voluto porre l’accento su un legame che invece è imprescindibile o sbaglio?

Raccontare la notte è sempre stato difficile, pericoloso, rischioso. Come ho detto alla festa del cinema di Roma, la notte fa paura, è il momento della mutazione. Anche nelle fiabe è dopo il tramonto che avvengono le cose più terribili, ma la notte ha sempre attirato anche le anime più creative. Provocatoriamente mi viene da dire che l’arte nasce mentre tutti dormono.

Ecco noi abbiamo provato a porre l’accento proprio sul lato più artistico del clubbing, il “lato chiaro” della luna. Ironia della sorte abbiamo finito il film in un momento in cui è vietato uscire di notte!

Un documentario che attraversa quarant’anni di musica, arte, moda. La notte è il contenitore perfetto o secondo te ha molti limiti e limitazioni?

 Quelle notti erano perfette. Noia ed entusiasmo di vivere. Sessualità libera e desiderio di essere amati. Casualità che produce unicità. La discoteca era un grande vuoto che diveniva contenitore di tutte le arti. All’inizio del docufilm abbiamo inserito delle immagini tratte da “L’uomo nero” di Pistoletto, un uomo che, liberato dal proprio lavoro, vive in un presente illusorio. Quelle notti sicuramente erano illusorie, ma avevano una forza immaginifica fortissima. Tutti erano chiamati ad avere una parte in quel palcoscenico. Poi arriva l’ecstasy e i giochi cambiano. Se da un lato è stato come buttare benzina sul fuoco, dall’altro ha inasprito irrimediabilmente l’opinione pubblica. Da fine anni ’90 in poi non si parlerà più di discoteca, se non per problemi legati a droghe ed alcool. Mai per la musica. È il momento giusto per invertire questa tendenza.

Dalle sale da ballo all’arrivo dell’house music. I locali hanno attraversato tante mutazioni. Tirando due somme si è persa la concezione di locale oppure ancora sopravvive?

Secondo me in alcuni pochissimi casi ancora sopravvive. Sono i locali da migliaia di persone persi nelle pianure italiane che non riusciranno più a farcela, testimoni di un’Italia che non esiste più.

Per esempio nel film Alex Neri ci racconta dell’importanza che aveva per quei club il dj resident. Attorno a lui si creava tutta una famiglia. Oggi si è perso questo legame forte. Ma almeno la musica è rimasta a fare da collante nel clubbing moderno, sottolineando l’importanza del rito del ballo. Tutte le altre arti sono invece scomparse quasi del tutto.Il tema è complesso e non ho purtroppo una risposta chiara, ma mi sembra che tutti noi ora siamo nel romanzo generazionale di Jack Kerouac “Sulla strada” in cui la domanda è: “Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare!”

Non dobbiamo restare immobili perchè dentro di noi abbiamo impresso il senso del movimento.

Quando si parla del passato, soprattutto in fatto di “clubbing” si ha sempre una grande nostalgia. Era meglio prima o è meglio oggi? Che idea ti sei fatta?

Abbiamo provato a non dare al docufilm un taglio nostalgico, ma negli occhi degli intervistati era impossibile non cogliere la scintilla del passato. Credo che oggi il movimento esista ancora, ma abbia cambiato spazi e modi di fruizione. Se pensiamo in generale che la musica dance (permettimi di comprendere tutti i sottogeneri all’interno di una unica parola) è ancora ai primi posti di tutte le classifiche, capiamo che il pubblico ancora c’è.

Quella cultura del “Love” e dello “Smile” forse l’abbiamo lasciata là, negli anni in cui la discoteca assunse caratteristiche quasi religiose, promettendo un “altromondo” ai propri seguaci.Sarò un’inguaribile ottimista, ma credo che il futuro prossimo ci riservi un ritorno al tipo di clubbing a cui ti riferisci tu, fatto non di grandi numeri ma di grandi passioni.

Consideriamo che anche la moda è tornata prima agli anni ’80 e poi ai ’90. Perché? Semplicemente perché lì eravamo felici!

Tantissimi contributi, molte facce note. E’ stato semplice coinvolgere tutte queste figure autorevoli?

La maggior parte di loro fortunatamente li conoscevo già per i miei trascorsi nei clubs. Altri mi hanno dato fiducia. Nel momento in cui un intervistato ti dona parte della sua vita, senti di avere una missione. Stai storicizzando quello che gli è successo e il tuo punto di vista di regista farà prendere alla storia una direzione piuttosto che un’altra.

Un intervistato che non avevo avuto modo di conoscere precedentemente è stato per esempio Claudio Coccoluto. Il “corteggiamento” è stato lungo. Mi ha risposto fin da subito, ma giustamente voleva capire di avere di fronte una persona che facesse questo docufilm per passione nei confronti dell’argomento. Penso che lui, più di altri, sappia bene quanto sia rischioso a volte rilasciare interviste. Nel mio caso, è diventato una colonna portante del film.

In realtà avremmo dovuto fare molte altre interviste, ma è arrivato il covid e le riprese si sono bloccate. Il senso di quello che volevamo dire penso però che sia comunque chiaro, estraniandosi per un momento dalle singole discoteche, personaggi o storie personali. Il lato chiaro della luna c’è, ed è accecante da quanto è bello.

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