Cantante, cantautore ma, in primis, musicista. In Ho un piano torna a farsi sentire molto questo suo lato che forse è quello primario? 

Ho un piano come album non ha smentito l’approccio eclettico e variopinto che ho seguito nella creazione degli album precedenti. Essendo nato come musicista la prima esigenza è quella di vivere la musica nel “divertissement”,  perché quando il musicista si diverte sul palco anche il pubblico riesce a divertirsi. Proprio grazie a questo si riescono poi a trasmettere i propri pensieri verso alcune tematiche importanti.

Tanti produttori, alcuni dei quali molto giovani per la realizzazione del suo album. Com’è stato questo lavoro comune?

È stata una esperienza bellissima perché oltre ad essere cinque grandissimi professionisti sono anche persone molto preparate e umili. Hanno capito fin dall’inizio che la mia cifra stilistica, da cui poi l’album prende il titolo, è il fatto di avere una precisa idea progettuale unita alla centralità dello strumento del pianoforte, epicentro creativo di ogni mio progetto. Ad esempio “stabber” è stato riportato quasi come un leitmotivdi ogni brano. Avendo scelto un determinato pattern o una determinata immagine sonora del pianoforte, questa è stata riproposta in maniera molto organica ed originale. Allo stesso tempo gli approcci sono stati molto differenti tra loro. Federico Secondomè ha una grandissima sensibilità musicali essendo lui stesso musicista, ottimo violinista. Facile quindi con chi ha già una sensibilità musicale così spiccata trovare l’incastro. Con i Mamakass abbiamo fatte delle vere e proprie jam session e da questi groove è nato poi il terreno per la realizzazione dei brani. Con Fausto Cogliati abbiamo deciso di prendere il provino nella sua origine acustica e assegnare dei suoni che lo riportino più vicino alla modernità. È difficile parlare di tutte queste esperienze, tutte molto differenti. Il comune denominatore è l’umiltà e la professionalità di questi produttori che si sono sempre saputi mettere in gioco.

La sua grande abilità di mescolare vari stili musicali è una cosa innata o si è sviluppata durante il suo percorso artistico? Pensa che ci sarebbe stata indipendentemente dal suo lavoro?

Io credo che il mio lavoro non poteva essere altro che il musicista. Sono sempre stato attirato dalla musica. Ho sempre avuto ascolti molti diversi senza pregiudizio e se qualche volta sono inciampato, ho subito corretto abbattendo ogni muro perché nella musica i muri non possono esistere. L’amore per tutti i generi musicali credo che sia la cosa più importante. Va sempre fatta una ricerca “verticale” di approfondimento rispetto alla matrice musicale che si ama, nel mio caso il jazz. Allo stesso tempo la ricerca “orizzontale” è quella di collaborazione con altri generi musicali evitando che la musica diventi la parodia di se stessa.

Se tutto andrà come deve, il suo tour passerà anche da Verona, cosa ci dobbiamo aspettare ?

Il 21 giugno saremo con la band sul palco del Teatro Romano con degli arrangiamenti originali dedicati come ogni volta, insieme a tanti altri brani. Ci saranno alcune rivisitazioni appartenenti alla musica afro americana e alcuni miei successi del passato.