Si è da poco concluso il tour celebrativo per i 20 anni di Ho ucciso Paranoia. Come è andata?

Abbiamo avuto reazioni entusiastiche e recensioni eccellenti per ogni data di questo tour: complice una splendida forma associata a visual e allo spettacolo luci per noi del tutto nuovi, visto che non avevamo mai avuto la possibilità economica di fare un upgrade simile. Ogni data è stata un vero e proprio viaggio fatto di suggestioni raffinate, anche quando le bordate elettriche avrebbero potuto sconfinare in qualcosa di ben più truce. Diciamo che anche nei momenti più rumorosi la resa era comunque raffinata. D’altronde il suono nelle sale era magnifico (grazie anche ai nostri tecnici), e tutti coloro che hanno partecipato hanno notato questa caratteristica. Io alla voce ero, per fortuna, particolarmente in forma, e anche questo è stato notato. I concerti erano due, uno tutto acustico e uno tutto elettrico, e in molte venue già alla fine del secondo/terzo pezzo in scaletta (nella prima parte del concerto, dunque quella acustica), il pubblico faceva partire un lungo applauso come di quelli che si tributano alla band quando ha finito lo spettacolo e la si saluta prima che se ne vada definitivamente via dal palco: quelli erano momenti davvero esaltanti e gratificanti. Inaspettati. E se posso dire anche un po’ commoventi. E per questo ringraziamo con affetto enorme la nostra gente.

Dall’Estravagario ad Emporio Malkovich, passando per Villafranca. Con Verona siete stati capaci di creare un rapporto molto intenso. Il segreto di questo matrimonio?

Verona è una città bellissima, elegante e piena di suggestioni: e noi cerchiamo la bellezza ovunque, come dice il ritornello di una nostra canzone.


«Il futuro? Vogliamo tentare nuove vie espressive, nei limiti di ciò che ci concede il nostro talento»

Dicevamo prima 20 anni di Ho ucciso Paranoia ma anche i 30 anni dei Marlene Kuntz. In questo percorso non avete mai abbandonato la dimensione live, anzi si è andata ad intensificare. In un mondo digitale che sta inglobando il mercato musicale, quanto è importante esserci ancora sui palchi?

La domanda stessa, nella sua formulazione, contiene la risposta. Mi stupisce sempre un po’ avere la sensazione che la gente non si renda ben conto che dalle vendite dei dischi, ormai morituri, o dalle piattaforme, i cui guadagni sono una barzelletta, guadagniamo briciole, con le quali non potremmo vivere della nostra musica neanche per cinque mesi di fila. Questo discorso riguarda quasi chiunque, non solo noi. E dunque si deve suonare molto, se si vuol fare i musicisti da grandi. Servirebbe però che l’Italia si “ingrandisse” un po’ per far spazio a tutta la comunità dei musicisti che desiderano vivere della loro musica suonando dal vivo. Ma l’Italia resta piccola e i locali mi risulta che continuino a diminuire. Per decine di motivi.

Identità solida, un suono riconoscibile che pur attraversando qualche lustro ha saputo evolversi ma senza mai dimenticare da dove è partito. Per un percorso così solido artisticamente parlando, c’è bisogno di un capitano coraggioso o di una ciurma affiatata?
Domanda divertente. Purtroppo non posso esimermi dal rispondere con una banalità: c’è bisogno di entrambi.

Cosa dobbiamo aspettarci dai Marlene di domani?
La solita voglia indomabile di cercare di non ripetersi con i prossimi dischi. E se saremo bravi un’attitudine al rischio della sperimentazione. Che non vuol dire far noise o distruggere codici e forme, ma tentare nuove vie espressive, nei limiti di ciò che ci concede il nostro talento, che è quel che è.