Uno sguardo intenso e magnetico, dei lineamenti e dei boccoli che ricordano un sovrano persiano ma in versione pop, una voce profonda e calda. È Mosè Santamaria, nato il 17 settembre del 1983, poeta e cantautore genovese, al quale dissero di essere un basso quando in realtà era un tenore, come affermato dal suo maestro di canto Silvio Zanon. Questo mix multisfaccettato di riflessione e presa di coscienza, lo ha portato a pubblicare il suo primo disco nel 2015 dal titolo «#RisorseUmane», con cui è arrivato tra i semifinalisti del Premio Tenco nella categoria «Migliore Opera Prima», nel 2016. «È un disco non potabilissimo, chiamato così perché mi piaceva il significato delle due parole, in linea con quelle che erano le canzoni scritte dai 17 anni fino ai 30, dove risorse è inteso come risorgere per riscoprire la propria umanità; dall’altra parte risorse come unità che producono e consumano. Una dualità che racchiude la storia di me stesso e delle persone che hanno fatto parte di quel periodo, come l’ultimo brano, “Mata Hari”, una dedica a una persona che mi ha fatto arrivare a Verona, con cui sono arrivato tra i semifinalisti del Premio Bertoli», racconta Mosè.

Nella sua città natale studiò Economia ma fu una scelta fatta più per una mancanza di coraggio e consapevolezza, affidandosi ai consigli degli altri e al senso pragmatico in vista di un futuro lavoro. Infatti, se tornasse indietro, avrebbe scelto percorsi come Lettere, Filosofia o Arti visive.

Il periodo difficile vissuto nei primi anni a Verona, segnato da cambiamenti di lavoro, instabilità economica e il poco tempo dedicato alla sua arte, lo avevano fatto per un attimo accantonare la musica ma continuava comunque a scrivere; con l’arrivo di un nuovo lavoro, nel 2013, anno in cui ebbe anche un incidente in macchina, riprese a suonare. Genova non era Verona, perché il suo mare è uno stato d’animo che gli manca, e adattarsi a nuove routine e a nuove difficoltà lo avevano messo a dura prova. Per esempio, «è difficile trovare spazi per la musica e un’agenzia booking che ti inserisca nelle date e nelle location; che il tuo genere sia pop, indie, ricercato o meno, devi suonare ovunque ma si rischia un divario tra quello che realmente vorresti e l’accontentarsi. Ma io non  credo alla frase “quello non riesco a farlo”, non esiste, lo posso fare, ci provo, perché dalla crisi si raccolgono opportunità che ti insegnano a vivere. Pagare il disco, scrivere e autopromuovermi, dividendomi tra video, foto, pubbliche relazioni e ufficio stampa non è stato per niente semplice, mi sono sentito abbandonato a me stesso, soprattutto con il primo disco molto travagliato, ma questo ha comportato una conseguente crescita», spiega Santamaria. Infatti, il Mosé del primo album non è più quello del secondo, perché si sa, ogni canzone racchiude una fase della propria vita, dove tra difficoltà e cambiamenti, si è accorto di non essere abbastanza comunicativo e di aver scritto testi unidirezionali difficili, come in un diario segreto da decodificare, senza riuscire a coinvolgere  completamente il pubblico che lo ascoltava e senza riuscire ad entrare nei canali giusti, nonostante 60 date in tour per il Nord Italia dal 2015 fino ad autunno 2017. Il suo obiettivo era entrare in rassegne e nei Festival perché se si fa un passo grande allora si può vivere di sola musica.

Dopo un periodo di riflessione e crescita personale, accompagnato da Davide Cinquetti, ventenne di San Martino Buon Albergo, alla chitarra, che ha cominciato a suonare con Mosè da quando aveva 16 anni, e dal produttore artistico Francesco Ceriani, ha dato vita al secondo disco «Salveremo questo mondo», di nove canzoni. «Volevo parlasse di morte con un invito a vivere intensamente non a sopravvivere, perché non ero soddisfatto dal primo cd, mi sentivo tagliato fuori, quindi ho capito che dovevo fare un’evoluzione artistica, chiedendomi cosa facesse emozionare le persone, per coinvolgerle, perché quello che avevo scritto era mio ma non degli altri e facevano fatica a condividerlo e a coinvolgere le persone; ho raccontato così emozioni vere, senza scrivere in maniera autoreferenziale, ma sempre con valore artistico per creare empatia, far attivare i neuroni specchio e far immedesimare le persone», racconta il cantautore. Ma in realtà, il taglio di «Salveremo questo mondo» è molto crudo, diretto ed intenso, dove non la manda tanto a dire, e dove l’attitudine ha coinvolto la Beat Generation e mistici come Bukowsky e Pasolini che avevano una profondità a livello sociale. Analizzare la società lo introietta nel sistema attuale con cui ne ne parla anche in modo ironico, per esempio, nel brano «Circuiteria», scrive «Santifica le banche e la tua multinazionale», introducendo anche il discorso della moda degli operatori olisitici che dilaga ma non è spiritualità e neanche meditazione, perché anche in quell’ambiente ti vendono qualcosa per creare business.

Ma come possiamo salvare il mondo? «Dobbiamo semplicemente salvare noi stessi, indagando dentro di noi, che è il posto in cui ci fa più paura andare, senza avere timore di accettarci e di accettare quello che vediamo, imparando a non giudicarci e a sua volta a non giudicare. È l’amore che ci salverà, ma non quello di coppia, quello che si deve provare verso se stessi, portando coscienza nel buio, per comprendere quello che ci fa soffrire, perdonare se stessi e liberarci dei sensi di colpa», commenta Santamaria.

Nel secondo album parla anche di relazioni, da cui trae ispirazione dalle persone che osserva in pubblico. Nel brano «Kerouac», attraverso frasi forti, spontanee e paradossali, parla di una coppia, coinvolta in una relazione che è quasi come una droga. «Mi sono ispirato a una coppia che ho visto litigare in macchina al semaforo; lei poi è scesa, e lui l’ha rincorsa. Dopo essersi presi a schiaffi si sono baciati tra i clacson della gente. L’amore malato crea una dipendenza, dalla quale si vorrebbe scappare, ma non si può scappare da se stessi se prima non si ha una presa di coscienza e un’accettazione del nostro io interiore», conclude il cantautore.

Oltre ai suoi due dischi, Mosè Santamaria fa parte del progetto UVA (Unione Verona Artisti), che unisce artisti provenienti da ogni ambito per valorizzare ogni forma d’espressione in percorsi comuni, rivalutare la città e la provincia. È stato scelto come simbolo l’uva, che rappresenta Verona e la provincia, il cui grappolo indica le realtà che ne fanno parte come: artigiani, associazioni, gruppi, o arti come pittura, fotografia, musica.

Ora le persone cantano i suoi brani e con la consapevolezza che il palco è una cura, sa divertirsi e coinvolgere, sentendosi libero di essere leggero che non vuol dire essere superficiale, perché bisogna salvarsi…. per salvare.

www.mosesantamaria.it

Il 19 marzo presenterà il nuovo singolo e altri nel 2020.