Fra tutti i personaggi della Bibbia è infatti l’unico che assomiglia ai padri di oggi (purtroppo non ancora proprio tutti), i cosiddetti “high-care” che si occupano a tutto tondo dei figli e poi li lasciano andare a fare le loro esperienze nel mondo. Chissà come si sarebbe comportato Giuseppe ai tempi del coronavirus. Credo non avrebbe festeggiato più di tanto ma si sarebbe messo, da bravo falegname quale era, a costruire qualcosa di utile o a cucire mascherine per tutti, portandole a Zaia in un lampo.

Proprio in queste settimane di quarantena ci accorgiamo di quanto sia importante il ruolo del papà, non solo per montare una tenda in salotto per far giocare i bambini in casa (la quechua la sanno aprire tutti) ma per la loro costante presenza, per chi ha la fortuna (?) di averli in casa sempre, in modalità smart working. La loro anima, in pena, vaga alla ricerca di un obiettivo da darsi per trascorrere queste giornate infinite. C’è chi tenta di costruire qualcosa di incredibile con due viti e un bullone, enfatizzando davanti ai figli la propria forza e mascolinità; chi cucina piatti sofisticati come una pasta al burro senza precedenti; chi si improvvisa mago con trucchi stravaganti, sostituendo al coniglio del cilindro la cavia peruviana che mangiava tranquilla nella sua gabbietta e chi, fa il cantastorie con i figli adolescenti raccontando aneddoti, anzi “bravate da butei”, di cui subito dopo si pente.

Non dimentichiamoci dei papà social, quelli che postano ogni attività dei loro figli dentro le mura domestiche con l’hashtag #iorestoacasa, tediandoci con il loro egocentrismo inutile. Devo dire (da mamma) che tutti però cercano di essere utili a modo loro e, questo “bellissimo periodo” rappresenta un’occasione, un banco di prova per vedere se alla fine dell’isolamento i bambini li chiameranno più delle mamme.
 Papàààààààààààààààààààààààààààààààà!!!!!!