Mai come in questi ultimi tempi, complice la pandemia che ha inasprito tutte le catene di approvvigionamento nel mercato del fashion, abbiamo compreso quanto però quest’ultima rappresenti una delle principali fonti di inquinamento ambientale (e sociale). Quali sono le cause è presto detto: l’enorme quantità di indumenti prodotti e l’estrema velocità con cui vengono distribuiti e utilizzati. L’acquisto di capi di abbigliamento è più che duplicato rispetto al passato. Si comprano grandi quantità di abiti ad un ritmo serrato: prezzi ridotti, qualità scadente, realizzati usando strumenti e sostanze inquinanti, e, soprattutto sfruttando la forza lavoro più economica disponibile sul mercato, includendo troppo spesso minorenni. Vestiti che, per la loro scarsa qualità intrinseca, non vengono e non possono certo essere riciclati. Il risultato è che i famosi maglioncini a 9,90 euro hanno un impatto devastante sull’ambiente.

Quello che colpisce (in senso positivo s’intende) è sapere però che proprio un italiano, Simone Cipriani, funzionario e consulente dell’Onu, abbia fondato e sia responsabile dell’Ethical Fashion Initiative. E.T.I. è un programma che impiega i micro-artigiani delle aree più svantaggiate del mondo nelle produzioni dell’alta moda. Il progetto consiste nel mettere alcuni artigiani, al 98% donne in situazioni di marginalità, in condizione di diventare fornitori delle grandi case di moda, aiutandoli a organizzarsi in cooperative e creando degli hub locali che si interfaccino con i compratori internazionali. Naturalmente questa iniziativa si fa promotrice di diffondere i principi di una moda etica in tutto il mondo. La bella notizia è che pare stia funzionando e, tanti brand affermati, abbiamo cominciato a seguire questo esempio virtuoso.

Intanto cosa possiamo fare concretamente? In primo luogo, riciclare, puntare alla qualità e non alla quantità. In altre parole, ove possibile, ricorrere al “vintage”. Vintage inteso non solo come pezzi originali ma come recupero di capi modificabili all’occasione, senza per forza ricorrere a novità scadenti.

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