IN BREVE

Il libro

La Peste è un libro scritto nel 1947 che riesce ad essere comunque la sinossi precisa della gran parte dei nostri drammi contemporanei. Parla di noi, della vergogna che proviamo, della paura di non sapere tutta la storia o di conoscere la fine della nostra.

Titolo: La peste

Autore: Albert Camus

Traduttore: Yasmina Mélaouah

Casa editrice: Bompiani

Pagine: 336

IL LIBRO. C’è Orano, città felice che si sveglia colpita dalla peste e scopre i suoi limiti come le sue grandezze nella sciagura di una pestilenza che la stermina, costringendola alla quarantena degli affetti. E quanto, questa Orano camusiana, assomiglia all’attualità di oggi, congelata dal coronavirus. Nella grettezza della sopravvivenza, nella grandezza di ogni piccola solidarietà come è simile anche alla Siria devastata dalle bombe che durano ancora, dopo nove anni. Metafora di ogni assedio, la peste è anche il momento in cui non c’è spazio per la retorica, c’è solo il presente dove «ci si abitua alla verità, ossia al silenzio». Se questa è la metrica, anche l’eroismo perde senso o assume un nuovo significato. Che è quello di continuare a fare il proprio mestiere con un’abnegazione inedita, una delle poche consapevolezze luminose nell’assembramento di pensieri generati dall’emergenza: «Lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama».

L’AUTORE. Albert Camus è morto nel 1960, in un incidente stradale. Tre anni prima aveva preso il Premio Nobel per la Letteratura. Tra i suoi libri più famosi, letto e riletto alle scuole superiori, c’è Lo straniero, ma anche I demoni, La caduta, L’uomo in rivolta, Il primo uomo e il saggio Il Mito di Sisifo che è il riassunto del suo esistenzialismo intriso di speranza, quasi assolato da quel «sole algerino» che ha illuminato la sua infanzia.

NOTE A MARGINE. Camus non tace niente, analizza tutti gli aspetti delle macerie in cui si può trasformare l’umanità quando si vede morire. Ci sono mogli separate da mariti, amori condannati a sbiadire perché manca anche solo la forza fisica di ricordare, decisioni ragionevoli che suonano, perché lo sono, condanne a morte. E allora, quando non resta niente, cosa può tornare ad avere significato quando anche il dopo già si mostra mutilato, inciso da quello che l’ha preceduto? «Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato».