IN BREVE

Il libro

Il titolo è un indirizzo, un’indicazione d’uso quasi banale nella sua millimetrica evidenza. Dopo averla udita dall’I Ching, il libro oracolare cinese, lo scrittore francese Carrère vi ha aderito in ogni sua forma e conseguenza.

Titolo:
Propizio è avere ove recarsi
Autore:
Emmanuel Carrère
Casa Editrice:
Adelphi
Pagine:
429

IL LIBRO. In questo libro che è un po’ il riassunto di Emmanuel, uomo e scrittore inscindibili sempre, non si trova una riposante trama ma più un resoconto letterario, come fosse un viaggio attorno agli ultimi 25 anni della sua scrittura. Ci sono interviste riuscite male, appunti per un libro che non sarà mai, un riassunto della Romania spartita tra Ceaușescu e Dracula e poi, come è sempre peculiare alla sua prosa modellata dalle «intromissioni», storie personali che si fondono con l’esigenza spietata di descrivere quanto si vive, per scomporlo, per organizzarlo e, in parte, per fuggirlo nella sua interezza.

L’AUTORE. Conosciuto per Limonov, per l’Avversario, per Il Regno, per il meraviglioso Un Romanzo Russo, Carrère è anche penna sublime sulla carta stampata, Le Monde in primis, con esiti che sanno toccare l’eccelso, mentre sfiorano la provocazione nella sua forma più ragionevole (leggere la genesi di Facciamo un gioco, per credere). Il suo libro più commovente che non si può davvero evitare di leggere è, e rimane, Vite che non sono la mia. Nelle ultime pagine, cita Céline per rendere indelebile a noi e a se stesso quello che è arrivato a concepire. «Forse è questo che cerchiamo nella vita, nient’altro, il più grande dolore possibile per diventare noi stessi prima di morire».

NOTE A MARGINE. E poi c’è la vita di Emmanuel Carrère che irrompe e si rende letteraria, dunque universale, quando descrive nel dettaglio il gioco disperato che hanno allestito, una notte, nella stanza di un piccolo hotel, lui e la sua Hélene per non pensare alla telefonata che dovevano ricevere dall’ospedale: quella notte Juliette, la sorella di Hélene, sarebbe morta di cancro. Come mitigare l’attesa di un dolore che si sa inevitabile? Si sono messi a scrivere su un pezzo di carta come erano buffe le lampadine di quella stanzetta opaca, con le pareti gialle. Hanno descritto il luogo della sofferenza, per dire dell’indicibile solo nei suoi contorni. «Perché io so che per essere abitabile, l’infelicità deve andare per gradi».