Il 24 giugno scorso ha festeggiato anche lui, alla pari di milioni di italiani, la lettura in mondovisione da parte di Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale, del verdetto ufficiale grazie al quale sono state assegnate al nostro paese le Olimpiadi invernali del 2026. Lui che le Olimpiadi invernali le ha vinte, nel 2006, a Torino, nella staffetta 4X10 chilometri assieme ai compagni di squadra Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi nella bianca spianata di Pragelato. Fulvio Valbusa è emozionato per un evento che tornerà in Italia vent’anni dopo quell’impresa che lo vide protagonista all’età di 37 anni. Oggi che di anni ne ha 50 tondi, lo abbiamo incontrato per conoscere il suo stato d’animo e le sue impressioni su un appuntamento che ha vissuto, con gioia, sulla sua pelle.

Fulvio, hai seguito anche tu la lettura del verdetto in diretta?

Certamente, ero di servizio con il mio collega (Valbusa è un Carabiniere forestale, ndr), ci siamo fermati un attimo lungo la strada e abbiamo guardato la cerimonia di Losanna sul telefonino.

Quali emozioni hai provato in quegli istanti?

Non ci speravo, perché per come era costruita questa candidatura sembrava avessimo poche speranze. Le distanze delle sedi di gara tra Milano e Cortina sembravano giocarci contro, e invece l’Italia ha dimostrato ancora una volta di avere dentro di sé qualcosa di magico, di essere credibile.

Qual è il quid in più che ci ha fatto vincere?

Ci sono decine di stati che vorrebbero ospitare un evento come questo, pensiamo alla Russia che è sicuramente una potenza economica e sta investendo nello sport in maniera pesante, da tempo. O la Turchia, che ha la capacità di organizzare gare a livello mondiale. O la stessa Svezia. Però, dalla nostra, c’è la volontà di trasformare un evento che dia seguito a una cultura dello sport invernale, che ci appartiene, da sempre.

Il finale a Verona?

Da brividi. Verona, la nostra città, la mia città. È già magica, diventerà qualcosa di cui non so dare una definizione, sicuramente sarà qualcosa di straordinario. Come dicevo, il fascino dell’Italia sta proprio in questo saper coniugare sport, arte, cultura, tradizione. Un mix che solo pochi Paesi sono in grado di vantare.

Qual è il vero significato di un’Olimpiade?

È un evento gigantesco che può aiutare – e spero che sia così anche stavolta – a far crescere o a dare vigore al movimento degli sport invernali nella nazione ospitante. Le località che ospiteranno le gare sono località di uno spessore rilevante per tali discipline. Citiamo solo la Val di Fiemme per lo sci di fondo: ha una storia di gare mondiali che non è seconda a nessuno.

Come sta lo sci azzurro?

Lo stato di salute delle discipline invernali in Italia non è dei migliori. Si sta alzando l’asticella a livello geografico: a nord del nostro Paese ci sono le strutture, e non solo, per mettere nelle condizioni gli atleti di allenarsi con continuità. Qui da noi, o in altre parti d’Italia che non siano il Trentino o la Valle d’Aosta, un praticante deve spostarsi di molti chilometri, aumentando notevolmente i costi, utilizzando molto del suo tempo. Sembra una banalità, ma sul lato pratico incidono anche questi aspetti. Il risultato è un impoverimento del bacino di atleti e, in generale, una perdita di competitività del nostro sci.

Tu come sei riuscito a emergere?

Al tempo c’erano le condizioni anche in Lessinia, territorio che per quanto riguarda lo sci ha consegnato allo sport nazionale, oltre che il sottoscritto, anche mia sorella Sabina e Paola Pezzo. Oggi queste condizioni non esistono più.

E non torneranno?

Non ne sono così convinto. È questione di volontà. Ormai fanno le piste di sci anche a Dubai. Dobbiamo crederci, in tanti: uomini di sport, istituzioni, aziende, sponsor privati. Il rischio è uno scollamento dell’intero movimento.

Sono passati 13 anni dal tuo Oro olimpico, qual è il ricordo vivo di quell’impresa?

Soprattutto il calore della gente che l’Italia sa dare durante un evento simile. Torino 2006 è stata un’Olimpiade incredibile proprio per l’affetto che le persone hanno manifestato nei confronti di tutti gli atleti di tutti gli sport, dallo slittino al curling.

Avevi 37 anni quando hai trionfato, eri già avanti con l’età…

Mi ero dato come obiettivo di chiudere la carriera con quell’evento. Mi sono giocato tutte le carte e sono arrivato all’appuntamento in condizioni perfette. Non è stato facile, ma ci ho creduto molto.

Lo sci di fondo di oggi è tanto diverso da quello dei tuoi tempi?

È un altro sci. Molto muscolare, fisico. Ci sono degli atleti norvegesi, che stanno vincendo tutto, che se li vedi sciare ti gireresti volentieri dall’altra parte, sembra che corrano con gli sci ai piedi. Eppure vincono. Hanno ragione loro.

Cosa si è perso allora?

L’eleganza, il bel movimento. Io sono legato al passo finlandese, al passo triplo, a quello classico, a uno sci rilassante. Oggi, come dicevo, lo sci è muscolare e deve essere così.

Vedi qualche speranza per lo sci azzurro da qui al 2026?

Sette anni per un atleta sono tanti. Ci sono quindicenni o sedicenni di oggi che all’appuntamento di Milano-Cortina ne avranno venti due o venti tre. In Lessinia c’è già qualche bel talento, così come in Friuli e in Trentino. Forse è ancora presto per sapere se li avremo anche nel 2026.

Sabina?

Vive a Modena e allena un team nella zona di Pavullo nel Frignano, Frassinoro da dove arrivano i fratelli Biondini (Tonino e Leonello, ndr), atleti di spicco di questo sport.

Tu alleni?

Ho provato un paio di anni e mi sono reso conto che non fa per me. Quando non riesci a trasmettere ad un atleta quello che pensi, diventa tutto difficile. Magari tra qualche anno potrei ripensarci.

Fai TV però, e sei molto bravo.

Sì, il commentatore di gare per Eurosport, da otto anni. Mi piace. Non pensavo di riuscire. Ho provato quasi per scherzo, è andata bene e sono ancora qua. Avanti e indietro da Milano.

Sperando di rivederci prima, ci diamo appuntamento in Arena nel 2026?

Certo, per la grande chiusura, ma prima bisogna fare le Olimpiadi e magari con soddisfazione da parte dei nostri atleti.