Lo incontriamo una mattina di fine giugno, una delle più calde di questo inizio estate. A Velo Veronese, il paese in cui è nato, in cui ha iniziato la sua carriera di attore e regista e in cui tuttora vive, alle nove del mattino ci sono già 26 gradi. Alessandro Anderloni è emozionato, anche se tende a mascherare, probabilmente per modestia, questo suo sentimento. È consapevole del fatto che l’edizione del Film Festival della Lessinia che inizierà il 23 agosto e terminerà il 1֯ settembre, anticipata da un’anteprima itinerante in tutti i paesi della Lessinia dal 1 di agosto, avrà un sapore diverso da tutte le altre. È l’edizione numero 25, celebrativa, storica, che impone alcune riflessioni. Siamo saliti a 1087 metri sul livello del mare proprio per questo.

Anderloni, venticinquesimo Film Festival della Lessinia. Come si sente alla vigilia di un’edizione così importante dal punto di vista celebrativo?

Stranamente non mi sento coinvolto nella nostalgia di questo bellissimo percorso, vedo piuttosto il Festival proiettato nel prossimo futuro. Credo così tanto al valore culturale e sociale di questa manifestazione, che l’edizione numero 25 ci servirà per gettare le basi, per cercare una stabilità organizzativa e istituzionale in vista dei prossimi 25 anni.

All’indomani della ventesima edizione, nel 2014, lei aveva diffuso un videoclip in cui manifestava tutta la sua preoccupazione per il futuro stesso del FFDL. Si sentiva “solo” nel portare avanti gioie e fatiche? È cambiato ora il contesto?

Quando una manifestazione cresce, oltre alle soddisfazioni o ai benefici, c’è anche un aspetto pratico, organizzativo ed economico che si deve adeguare. Cinque anni fa il Festival era sull’orlo di chiudere per una serie di circostanze che non gli permettevano di avere quella base minima di budget necessaria alla sua evoluzione. Oggi c’è una consapevolezza diversa da parte delle istituzioni e degli sponsor, e c’è stata una crescita notevole di pubblico e quindi anche di auto finanziamento.

Che significato aveva quel messaggio?

Non era solo un campanello d’allarme, era ed è stata per me la necessità di far prendere consapevolezza del valore della manifestazione. In quel contesto mi sentivo di essere abbastanza duro nel dire “crediamoci, credeteci”. E si è visto. Ora c’è bisogno di incardinare il Festival all’interno del tessuto sociale e istituzionale della Lessinia. E non dico a caso della Lessinia: è il festival che deve essere percepito come il festival di tutta la montagna veronese.

Partendo dalla gente del posto?

L’anno scorso abbiamo avuto un aumento del 46 per cento di pubblico proveniente dalla Lessinia. Sono contento che cresca il pubblico veronese o il pubblico straniero, mi fa ancora più piacere sapere che questo territorio si sta affezionando ancora di più al suo Festival. Per rafforzare ulteriormente questo legame dall’1֯ al 23 agosto il FFDL farà un’anteprima in tutti i paesi della Lessinia.

Che edizione sarà quella del 2019?

Sarà un’edizione dedicata alla Madre Terra. Raccoglierà tutti gli aspetti di cui ci siamo occupati in un quarto di secolo: il rapporto dell’uomo con la montagna, la natura, gli animali, i cambiamenti climatici, la sfida nel continuare a vivere e convivere con questo pianeta. Attorno a queste tematiche ci saranno film, incontri, ospiti, laboratori e tante escursioni.

Con la tematica ambientale che sarà dominante?

Dedicheremo ampio spazio alle tematiche ambientali, a partire da una retrospettiva cinematografica dedicata al nostro pianeta che sarà conclusa con la presenza di Franco Piavoli e la sua opera Il Pianeta Azzurro, che è considerata tutt’ora il grande capolavoro documentaristico dedicato proprio alla Madre Terra. Un tema, quello dell’ambiente, che ricorrerà anche nel ciclo di incontri culturali chiamato Parole Alte, in collaborazione con l’Università di Verona: sarà ospite Luca Mercalli che parlerà del tempo per la salvaguardia del pianeta che ci sta sfuggendo. Sempre in questo ambito, ci sarà anche una camminata musicale e poetica, In Silva: porteremo i bambini nei boschi per coinvolgerli con i cinque sensi nel tema naturalistico e ambientale.

Un impegno che ha prodotto anche un bel risultato istituzionale…

Sì, il FFDL ha ottenuto il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e, novità dell’ultim’ora, anche del Parlamento Europeo.

25 anni sono tanti. Qual è il segreto di lunga vita di questa manifestazione?

Se hai radici profonde, come i larici che sono resistiti nell’ecatombe degli alberi in altopiano e in Trentino, resisti anche agli scossoni e agli imprevisti. Credo che il FFDL sia resistito fino ad oggi perché ha radici profonde con il suo territorio. Merito del Curatorium Cimbricum che lo ha inventato nel 1995 e che poi ha trovato in me una persona che qui vive, fatica, combatte, trae soddisfazione. Merito ai tantissimi collaboratori e alle tantissime collaboratrici che hanno dato e stanno dando idee, entusiasmo, lavoro, prospettive…un impegno costante basato sul volontariato o sul semi volontariato e anche questa è un’altra sfida per il futuro.

Immagini, aneddoti a centinaia, c’è qualcosa che le ha dato particolare soddisfazione?

Quando vai al Festival internazionale del cinema di Berlino, ti presenti dopo un po’ di anni che lo frequenti e le grandi distribuzioni di film hollywoodiani ti dicono: «Ah, Lessinia, voi siete quelli del festival…». Oppure quando una rivista americana tra le più lette dagli studenti di cinema statunitensi, No film school, dedica un amplissimo servizio al Film Festival della Lessinia, indicandolo come esempio di rassegna di nicchia dal grande valore cinematografico. La soddisfazione anche di essere usciti dalla definizione di festival della montagna ed essere identificati proprio come Film Festival della Lessinia. Infine, vedere che un cortometraggio passato lo scorso anno nel nostro programma viene candidato nella cinquina degli Oscar, e non è la prima volta.

Il 2 ottobre 2018 lei è stato ospitato in Commissione Cultura a Palazzo Barbieri. In quell’occasione sottolineò, tra le altre, la chiusura dei cinema storici della città, la mancanza di spazi culturali e musicali di un certo tipo…Cosa dovrebbe fare la città di Verona per capitalizzare il suo potenziale che, a detta di tutti, è enorme?

Investire nel piccolo. Verona deve stare attenta a sentirsi appagata dai grandi eventi perché spesso il grande evento non è radicato e non lascia nel tessuto sociale e culturale ciò che lascerebbe un investimento costante e diffuso nelle piccole cose di qualità. Che poi l’aggettivo piccolo non è riduttivo, perché significa, in questo caso, esteso, allargato, che coinvolga giovani, scuole, ragazzi, categorie sociali diverse, che non sia soltanto una bandiera mediatica. Certo, è più faticoso fare le cose piccole, è dura dare continuità, ma il FFDL sta dimostrando che proprio attraverso la continuità sta ottenendo il radicamento sul territorio.

Un approccio artistico e culturale che potrebbe essere replicato anche in città?

Ci sono eventi incredibili a Verona, questo valore o patrimonio potrebbe e dovrebbe incunearsi di più nelle pieghe della città: un festival teatrale o di musica jazz che entri nelle piazze, nelle istituzioni culturali piccole, nelle librerie, negli itinerari, nei luoghi nascosti, che si diffonda e che metta radici. Cambierebbe tutto. E basterebbe poco.

Qual è il limite a questa visione?

Abbiamo la fortuna e la sfortuna di avere due contenitori unici al mondo, l’Arena e il Teatro Romano, al di fuori dei quali sembra che non possa accadere nient’altro. Non è vero, perché gli spazi e le potenzialità della città sono amplissime.

I sostenitori dei grandi eventi rivendicano i numeri…

Un festival o un evento culturale non si giudica soltanto sui numeri, non si deve mai giudicare una stagione di teatro o di musica soltanto sui numeri, perché si sbaglia. Perché il numero non è sempre indicativo della qualità e dell’importanza della manifestazione. Non è il tutto esaurito che fa la qualità di un festival.

Cos’è che fa la qualità di un festival?

È la novità, ciò che nasce qui, ciò che crei qui, ciò che il mondo s’accorge che sta succedendo in Lessinia o a Verona. Noi, invece, spesso, prendiamo cose che nascono altrove e le ospitiamo.

La sua voglia di coinvolgere il territorio è evidente, già dal 1993 quando diede vita alla compagnia teatrale Le Falie, composta dagli abitanti di Velo. Più recentemente al Teatro Ristori con le scuole e gli studenti veronesi e da qualche tempo anche in un luogo particolare come il carcere. Come nasce la scelta di entrare a Montorio?

Il lavoro con il carcere è iniziato grazie al Festival con l’istituzione della giuria dei detenuti. Fondamentale è stata la collaborazione con l’associazione Microcosmo. L’iniziativa, a detta di tutti i registi del mondo che sono stati nostri ospiti, è una delle cose più belle e uniche che accade al FFDL. Una giuria che dà un premio, guarda i film, ne discute. Il teatro è arrivato dopo.

Cos’è per lei il carcere?

È il laboratorio del futuro della città. È impossibile da capire se non ci entri. Quando sei dentro capisci che lì si sta sperimentando quello che sarà il nostro futuro. Non è un luogo chiuso, perché non si chiudono le persone, né le idee, né le dinamiche. Il carcere è in continua comunicazione con l’esterno. E si scopre, lavorando in un luogo come questo, che il punto di vista che qui nasce svela la città in cui vivi, il luogo dove vivi. Al Festival di Avignone, l’attore, poeta, regista e drammaturgo Olivier Py lavora tutto l’anno in carcere e porta lo spettacolo dei detenuti nel cartellone ufficiale del festival avignonese che è uno dei più importanti del mondo.

Una definizione di cultura?

Lavorare in carcere, lavorare con le scuole, con le cooperative che si occupano di disabilità, con le situazioni di disagio sociale di giovani e di adulti…questa, per me, è cultura. Un concetto che va oltre il semplice godimento di qualcosa di bello o il piacere. La cultura è fatica, sudore, confronto, scontro, invenzione, delusione, sfida, mettersi in gioco… quando scavi, quando metti le mani nella terra, per tornare al tema di quest’anno, ti sporchi inevitabilmente le mani. Ed è lì che ti accorgi di essere figlio della Madre Terra.

Cosa farà Alessandro Anderloni da grande?

Mi auguro di continuare a fare teatro in Lessinia e di continuare a occuparmi di questa terra con un’attitudine e uno sguardo internazionale. Ma posso anche dire che il sogno sarebbe, fra qualche anno, vedere il Festival andare avanti con le proprie gambe e sarei là, seduto in platea, e non me ne perderei uno. Poter passare il testimone, consegnare quanto fatto nelle mani di altri, sapendo che la manifestazione è riuscita a costruire una struttura che gli permetterà di sopravvivere a lungo, questo è il mio desiderio, il mio impegno.