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Filippo Tommasoli ha la fotografia che gli scorre nelle vene. Fotografo e videomaker, sta portando avanti la storia della sua famiglia che fa questa professione da quattro generazioni nello Studio Tommasoli, attivo dal 1906. Filippo, che di fotografia è “madrelingua” sin dalla tenera età, è riuscito ad ampliare i suoi orizzonti spingendosi sempre più in là, verso il cinema e i documentari a tema sociale in giro per il mondo senza, però, dimenticare da dove è partito.

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Filippo, lei come si è formato da professionista?

Io sono un fotografo e un film-maker e faccio questo mestiere da un po’ di anni. Ho iniziato, in realtà, in bottega come si faceva una volta, nel senso che i miei genitori sono entrambi fotografi e io ho imparato in uno degli studi di fotografia più antichi che ci sono in Italia, che è lo Studio Tommasoli, che c’è dal 1906. Mi ricordo ancora quando ero piccolo e giocavo in camera oscura mentre mio padre sviluppava e stampava le fotografie. Poi la mia formazione è stata un po’ schizofrenica, nel senso che ho studiato materie umanistiche. Ma dopo la laurea mi sono dedicato al 100% a questo mestiere.

Lei è riuscito ad ampliare gli orizzonti però…

L’ambito film e cinema è sempre stato nelle corde dello studio. Già mio nonno e suo fratello avevano dei 16 millimetri, pellicole di film che avevano girato loro. Poi loro erano molto amici di Orson Welles. Quello che ho fatto io è stato riprendere questa cosa e farla diventare un punto di business importante dell’attività.

Preferisce la fotografia o il video-making?

È una domanda difficile, nel senso che negli anni ho capito che io amo usare un linguaggio per delle cose, l’altro linguaggio per delle altre. Per esempio, ho capito che il linguaggio video mi piace usarlo per quelle che sono le dinamiche narrative. Mentre invece con il linguaggio fotografico mi trovo più a mio agio nell’usarlo per lavori poetici, nella ricerca artistica.

Al momento è impegnato con lavori in Messico, Kenya e Iraq, giusto?

C’è un tutta una sezione di prodotti filmici che curo come regia e scrittura, come sceneggiatura e che sono al di là delle logiche commerciali. Sono dei prodotti che vogliono essere documentari di stampo sociale e tutti legati a tematiche che a me sono molto care, come per esempio la lotta per l’acqua nei paesi in via di sviluppo, oppure le migrazioni.

Perchè si concentra così tanto sul sociale?

È iniziato tutto nel 2015 quando si era in piena crisi migratoria dalla Siria. Fino ad allora non mi ero mai impegnato concretamente e quindi andai per un paio di settimane in un campo rifugiati in Grecia, con una ONG norvegese a fare la distribuzione del cibo. Poi nel 2020, insieme ad altri tre amici con esperienze simili e con lo stesso focus, abbiamo aperto questa associazione, che si chiama Red Lab, con cui portiamo laboratori di fotografia in zone di frontiera per riuscire ad aiutare in un percorso di miglioramento del benessere psicofisico di persone che hanno subito traumi.

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