Bruno Castelletti è cresciuto correndo su e giù per il sentiero che collega la sua Valle dell’Orsa, ai piedi del Monte Baldo, alla scuola elementare, nel paese di Ferrara di Monte Baldo, distante quaranta minuti di cammino. Il giorno gli concedeva gioie e incontri illuminati con la natura, mentre portava al pascolo le capre o le vacche. La notte, le ombre, con la malinconia e la solitudine insite nella vita di chi abita lontano da tutto e tutti. In questo sprazzo di prato verde, circondato da boschi e rocce, vive con mamma e papà (che perde quando ha soli 5 anni), due sorelle, Giovanna e Noemi, e il fratello Giovanbattista. Dopo le elementari frequenta le scuole medie a Caprino Veronese, quindi il liceo classico nel Collegio Vescovile di Verona, ma durante l’estate torna sempre a pascolare le vacche e a raccogliere il fieno nella sua Valle. La notte lo avvolge con la sua sterminata coperta di stelle, distante dalle distorsioni luminose della città. I ricordi del cielo restano impressi nella mente come fossero scritti a macchina. Si laurea e svolge la professione di avvocato, ma coltiva anche la passione per la politica. Muove i primi passi in Consiglio Comunale a Caprino Veronese (1970-1985) per poi passare al Consiglio Provinciale (1975-1990) ricoprendo anche l’incarico di Presidente della Provincia dal 1975 al 1978. Nel corso degli anni compone poesie sia in lingua italiana, sia in dialetto; partecipa a concorsi letterari, ma soltanto nel 2010, si decide a pubblicare, per il Segno dei Gabrielli, la sua prima raccolta di poesie in dialetto: “Stele da l’Orsa”.

«In questo primo libro sono il Castelletti delle stelle» racconta quando lo incontro nel suo studio legale. «Sono pagine in cui inneggio alla vita, all’amore per la natura, ai tempi della giovinezza». Un periodo in cui nella sua Valle incontra i partigiani, non solo italiani ma anche francesi, russi, polacchi, di loro scrive in “Cantar la libertà”:

«Ve struco nel silensio del me cor / e ve caresso fin sotto la pèl / perchè m’avì ensegnà / cossa vol dir combàter, / combàter par cantar la libertà.»

Durante l’intervista abbiamo davanti i quattro libri che ha pubblicato; oltre a “Stele da l’Orsa” (2010, poi ristampato nel 2012 e 2014), un libro dedicato alla prima nipotina, “A Sara” (Articolor Verona, 2014); “Robe da ciodi e sbaci de seren” (Gabrielli Editori, 2016); e l’ultimo, “Il prato dei ricordi” (Gabrielli Editori, 2020). Saltiamo da una poesia all’altra senza passare dall’indice. Ci dice «va nelle ultime pagine, ghe n’è una che dise: sei arrivata, scricciolo, col freddo di dicembre.» La troviamo, è nel libro dedicato a Sara, la prima nipotina a cui ha voluto dedicare questo volumetto fatto di acquarelli e inni alle gioie della vita.

Nel terzo libro, “Robe da ciodi e sbaci de seren”, il poeta nella prima parte denuncia la carenza di valori morali nella società odierna e la necessità di credere nella famiglia, nella rettitudine e nell’onestà, per poi rilanciare il suo saggio consiglio: “respirar la pace de la sera / tegnendo a pisseghin / quel poco che ne resta.” «Pisseghin, nel senso di avere cura, di tener da conto con la massima parsimonia», sottolinea, facendo il gesto come se in mano avesse un pizzico di sale.

Ne “Il prato dei ricordi”, che sarà presentato non appena la situazione sanitaria si sarà stabilizzata, Bruno riprende in mano la lingua italiana. C’è sempre l’amore come tema ricorrente. Non una storia d’amore, ma l’amore per le radici familiari, per la donna, per il paesaggio, per la natura: un sentimento che rende universale sfiorando note di malinconia e di dolori profondi. Per Bruno la poesia «va coltivata con grande impegno, a cominciare dalle scuole elementari perché può essere di conforto nei momenti difficili. Bisogna che gli insegnanti le facciano imparare a memoria perché fanno bene all’anima e sono compagne fedeli nella vita».