Cosentino, 43 anni. Alle spalle 10 anni di carriera, quattro album, un Sanremo da ospite (a duettare con gli Zen Circus) e un programma televisivo, Brunori sa, su RAI3. Porta la sua firma la colonna sonora del nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo Odio l’estate. Il suo ultimo album Cip!, in testa alle classifiche, ha un pettirosso in copertina e parla di politica ma anche di amore che può diventare grande senza invecchiare. Lo scorso gennaio, abbiamo incontrato Dario Brunori al Conservatorio E. F. Dall’Abaco a Verona, luogo scelto appositamente, come dice lui, «per non perdere il valore delle cose antiche».

Camicia di jeans e cappotto blu, un tipo analogico in un mare di plastica digitale. Dario Brunori è restio ai social ma in realtà si è rassegnato ad utilizzarli, come testimoniano i suoi divertentissimi corti, insieme a Michela Giraud che impazzano sul web. L’intuito social lo accompagna sempre. A Verona ha esortato il pubblico (lo scorso 20 gennaio, ndr) ad applaudire calorosamente la sua entrata sul palco «perché devo fare una ripresa che va in rete». «Mi raccomando, siate falsi ma in maniera vera». Nello stile si ispira a Groucho Marx, con cui condivide «l’amore per la battuta e il non-sense, i baffi e gli occhiali» che caratterizzano la sua immagine fin dagli esordi. I suoi fan, soprattutto in questo tour Parla con Dario– un ciclo di incontri in collaborazione con Feltrinelli e Picicca ora sospeso- lo accolgono sempre con un ringraziamento. Confida, scherzando, di aver quasi paura che questi incontri abbiano preso una brutta piega «un mix di cultura new age e di azione cattolica insieme», tanto che si immagina da un momento all’altro che qualcuno intoni un “Alleluia, Alleluia”. A quasi tre anni dall’uscita di A casa tutto bene, l’album che l’ha consacrato come cantautore, Brunori Sas è tornato sulla scena con un nuovo disco, uscito il 10 gennaio scorso, dal titolo Cip!. Prodotto da Taketo Gohara e dallo stesso Brunori, è composto da undici tracce. È stato anticipato lo scorso settembre dal singolo Al di là dell’amore, e a dicembre da Per due che come noi, citazione all’immenso Lucio Battisti di Penso a te

Il suo ultimo album –il cui tour promozionale ha subito significative modifiche – è un’alchimia perfetta fra sonorità pulite e parole che si incontrano e si snodano poeticamente, trascinandoci in una verità quotidiana. Sono versi che ci commuovono e rapiscono i nostri pensieri. La sua onestà intellettuale, la sua visione del panorama politico odierno, il suo attento disincanto che coinvolge e distrae, estrapolando sentimenti comuni taciuti ma forti e persistenti, lo rendono un cantautore vicino e lontano allo stesso tempo. Le sue note più amare forse in A casa tutto bene diventano più leggere e ottimistiche nel nuovo album, come si evince dall’onomatopeico titolo CIP!. Un pettirosso in copertina e sul retro un ramoscello d’ulivo. 

CIP!, un titolo leggero per temi importanti come l’amore e la morte…

Sicuramente l’amore e la morte sono temi semplici ma difficili da affrontare e alle volte, per comodità, li rimuoviamo. Parlare con un lieve sorriso di tematiche esistenziali è per me oggi anche un dovere etico. Penso fortemente che avere consapevolezza del dolore e che siamo creature a tempo determinato possa rendere gli esseri umani migliori, perché così si è meno attaccati alla materialità, si riesce ad essere meno chiusi. È bene vedere l’altro non come una minaccia ma come un’opportunità, visto che siamo tutti sulla stessa barca.

Quanto Dario c’è in CIP!?

Totalmente, ho raccontato molto della mia interiorità, in maniera quasi spudorata. Quando canto, a volte mi vergogno un po’. Però, arrivato a questo punto, credo sia giusto che un artista metta a nudo la propria fragilità. Nonostante l’età, rimane dentro di me un fanciullo che è bene che continui a cantare.

Come mai ha scelto questo nome per il disco?

È un disco con una sua levità di fondo. L’idea di un titolo sonoro mi restituiva il modo in cui ho sentito le canzoni dell’album. In un’epoca di toni esasperati e di gente che urla, mi piaceva ci fosse un cinguettio. Penso che molte delle nostre sofferenze vengano dal fatto che viviamo chiusi nella nostra mente, nei nostri progetti. Vivendo in un contesto di paese (Brunori abita in Calabria, ndr), a volte mi capita di sentire un cinguettio su un ramo di un albero. Quel suono mi fa rendere conto che, alla fine, la mia è una delle tante esistenze e non l’esistenza in assoluto.

Dopo cinque dischi può dire che quello del cantante è il suo lavoro?

In realtà non voglio mai dire che è un lavoro… dalle mie parti si dice che lavoro è «a fatica», per cui preferisco continuare a pensare che non lo sia.

Vivi ancora nel tuo paese, in Calabria?

Sì, e non è un atto eroico. Ci vivo bene perché la mia dimensione è quella di un piccolo borgo, di 400 abitanti. Ho difficoltà a muovermi in contesti con troppe persone. Me ne vado in giro per le città con questo mestiere a raccogliere stimoli, input, informazioni e poi, per scrivere torno là. Ho bisogno di un certo tipo di silenzio per farle decantare. Poi forse resto lì perché sono un rutinario e ho difficoltà a cambiare (sorride, ndr).

Cosa ne pensi dell’amore?

Una delle cose in cui mi sono concentrato di più in questo album è proprio l’amore, non solo nella coppia ma l’amore inteso come piccoli momenti di beatitudine e di connessione con tutto, con tutto quello che è intorno a noi. Ciò che penso dell’amore l’ho trasferito in questo album con la musica e con il canto. E non è una cosa che penso ma una cosa che sento perché, ci tengo a sottolinearlo, la mente non credo sia in grado di definire cosa è l’amore.

Che consigli può dare ai chi sogna di diventare cantautore?

Innanzitutto,  come sollecitava Manlio Sgalambro che, alla fine di una serie di consigli diceva «non ti fidare di chi ti dà consigli» preferisco non darne (sorride, ndr). Per me questo mestiere è stato qualcosa che mi sono trovato addosso. Mia madre è una musicista, viene da una famiglia di musicisti. Il Conservatorio di Cosenza “Stanislao Giacomo Antonio” è stato intitolato alla sua famiglia. Ho sempre avuto una passione per la musica, anche mio padre era appassionato. Come nella maggior parte delle famiglie borghesi, sia io che mio fratello suonavamo uno strumento musicale. Ciò che però davvero mi diede una scossa fu la morte di mio padre. Ero già adulto ma fu uno choc per me. Se volevo fare davvero il cantante dovevo darmi da fare, non avevo più scuse.