È una giornata fredda di primavera e anche la natura resta muta. Ci troviamo in una vecchia contrada della Lessinia, disabitata da diversi decenni ormai, e il silenzio che ci colpisce è simile a quello della morte. Case mute, persiane chiuse, porte sbarrate, tutto abbandonato all’incuria del tempo che ha trascinato detriti, scavato fossi, coperto orti e frutteti, cancellato tutto ciò che una volta era vita. Persino la natura è ammutolita di fronte all’invasione dei rovi, alle sterpaglie che si avvinghiano ai muri come fossero serpenti. Non si sente il pulsare delle fronde che si stiracchiano, non si ode il frusciare degli insetti, il vociare degli uccelli; il fremito delle foglie è muto e immobile, l’aria gelida e grigia.

Ad un tratto un piccolo rumore, breve ed impercettibile. In un angolo della contrada, in mezzo ad una fitta vegetazione disordinata, si scorgono due lunghe ciglia che battono piano e una boccuccia assetata da cui ogni tanto esce una piccola goccia di acqua, quasi che nemmeno il pianto volesse far rumore. Ci si accorge appena che lì, in un tempo sepolto sotto terra e spine, c’era una fontana, adibita in parte a raccogliere l’acqua per usi più o meno commestibili, e in parte a lavatoio.

«Scusami — mi dice — non ho fatto in tempo a mettermi un po’ di rossetto. Non sono abituata ad avere visite».

(Mi guardo intorno un po’ perplessa). Ma non abita più nessuno qui?

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Fontana: No, e non aspettarti nemmeno che qualcuno passi per caso. Qui non viene più nessuno da… Da quanto stalletta? (la fontana si rivolge alla piccola stalla che si intravede lì a fianco, ndr).

Stalla: Da quando è andata via l’ultima famiglia, negli anni ’70. Dal giorno in cui sono partiti non è stata più la stessa cosa per noi.

Fontana: Beh, per me le cose erano già cambiate parecchio. Diciamo che la gente della contrada non mi guardava più con gli stessi occhi da tempo. Da quando avevano fatto l’acquedotto ed era arrivata l’acqua corrente nelle case.

Da quanto siete qui?

Fontana: Dai tempi de Matio Copo (lei e la stalletta ridono di gusto). In pratica sono nata prima io della contrada. Il fatto che l’acqua sgorgasse qui ha fatto sì che gli uomini del luogo si insediassero vicino a me, e costruissero poi le mie vasche. Saranno stati i primi del ‘900. Ti ricordi Stalletta quando sono nata? (lo dice con soddisfazione, la fontana è un bel po’ vanitosa…)

Stalla: Sì, sì, mi ricordo bene. Mi ricordo quando hanno finito di costruirti, sembrava fosse arrivata la regina. Gli occhi erano tutti per te.

Fontana: Ah sì. Mi guardavano con amore e ammirazione. Poi, in realtà ci sono stati anche momenti difficili, periodi di lunga suta… Allora attiravo su di me solo sguardi spaventati e imploranti…

Una volta il rapporto della gente con l’acqua era diverso rispetto ad oggi?

Fontana: Eccome! Perché erano consapevoli che era una fonte esauribile. Oggi, quando si apre il rubinetto non si teme che l’acqua non scorra più. Una volta, invece, poteva succedere che non fosse sufficiente per assolvere a tutti gli usi necessari. E quindi, quando c’era, si utilizzava solo quella strettamente necessaria per dare da bere al bestiame, per gli usi domestici e per fare il bucato.

Stalla: E ti ricordi quando i buteleti si facevano il bagno in una stessa vaschetta d’acqua, uno dopo l’altro?

Fontana: Eh certo, già l’acqua veniva utilizzata con parsimonia, e poi per avere l’acqua calda non era sufficiente aprire il rubinetto come oggi. Si dovevano scaldare sul fuoco diverse ramine (pentole, ndr) per riuscire a riempire una tinozza. Una volta fatto, si cercava di sfruttare al massimo quel momento.

Che cosa vi manca di quei tempi?

Fontana: Ah, sicuramente le voci. Le chiacchiere delle donne che venivano a fare il bucato, le loro storie, i loro lamenti e le loro piccole risate. Venivano anche d’inverno con i loro panni, l’acqua era gelata e così cercavano di fare il loro lavoro più in fretta possibile. Le sentivo tremare di freddo e di dolore mentre le loro mani si facevano sempre più paonazze. Mentre il ghiaccio si infilava nelle loro vene, loro ricacciavano indietro le lacrime e i sacramenti con un canto, oppure raccontando alle compagne una storia, a volte ancor più dolorosa. E poi c’erano i giovanotti che arrivavano a flotte quando le donne venivano a fare il bucato. Il lavatoio era un luogo di incontro per le giovani da marito. Come il bar o la stalla era il luogo di socializzazione per eccellenza per gli uomini, il lavatoio lo era per le donne…

Stalla: Il lavatorio, l’ostaria… e la stalla!

Fontana: L’importante era ritrovarsi e far ‘na ciacola…

Stalla: Contarse ‘na storia.

Fontana: Intonar un canto.

Stalla: Parlar del tempo.

Fontana: Del tempo che passa.

Stalla: Che passa e no’ torna…

Fontana: Come l’acqua… Che scorre e non torna. No’ torna mai più.