«Ci furono urla, imprecazioni, pianti […] rimanemmo lì, sicuri di morire, un relitto a poche miglia da un’isola greca. Molti di noi pregavano […] poi il motore ripartì ma nessuno ebbe il coraggio di esultare». Così scrive Davide Coltri, veronese, operatore umanitario, da anni impegnato sul campo in missioni d’emergenza, in quei territori che noi chiamiamo “limite”: in Siria, in Iraq, in Sierra Leone. Spera che le storie che ha scritto, possano dare profondità e complessità a persone, a Paesi che nella narrazione attuale vengo trattate in maniera troppo semplicistica. Cita Orwell, verso la fine del libro, «scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione, e il primo pensiero è quello di farmi ascoltare».

La realtà del suo vissuto si mescola al racconto. Come nasce questo libro?

Il libro nasce durante un periodo di crisi e di riflessione sul valore e l’importanza del lavoro che faccio. Sono un operatore umanitario e, nei tre anni precedenti alla stesura del libro, ho lavorato in alcuni posti molto difficili: in Iraq durante l’arrivo dell’Isis, in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola, in Siria durante la guerra civile. In quei contesti il divario tra l’aiuto che puoi portare e la vastità dei drammi di cui sei testimone è immenso. Ecco, le storie si inseriscono in quello spazio incolmabile.

Come operatore umanitario ha vissuto in Siria, Iraq, Tanzania, Turchia. Quale esperienza l’ha segnato di più?

Sicuramente l’Iraq, sia per l’intensità e la drammaticità degli eventi vissuti, sia per il rapporto che ho instaurato con i miei colleghi locali. E poi, era la prima missione vera e propria, quindi era tutto nuovo. In seguito, più o meno per gli stessi motivi, sono rimasto molto legato anche ad altri luoghi: la Tanzania, la Turchia e la Siria.

Che significato ha la parola “confine”?

Confine è una parola polivalente: è quello che può impedire a una persona di trovare rifugio ma anche quello che protegge da una guerra, in un paese confinante. Nel confine c’è il senso del limite, che torna molto spesso nel libro: il limite di ciò che è possibile fare in una situazione di crisi, sia per un operatore umanitario che per una vittima; il limite nel senso della finitezza umana (che i terroristi vogliono eliminare sostituendosi alla divinità); il limite labile tra una situazione di pace e una di guerra.

Che valore ha la vita per un bambino che nasce in terre dilaniate dalle guerre, dalla fame?

Purtroppo un bambino che nasce e cresce in situazioni simili ha pochissime scelte oltre a quelle che riguardano la pura sopravvivenza, ammesso che riesca a farcela. L’istruzione nelle emergenze, che è il settore di cui mi occupo, ha la funzione di creare spazi sicuri e a misura di bambino, anche in contesti di profonda crisi (guerra, catastrofi naturali) e garantire un’apertura, una progettualità e una realizzazione personale nel futuro, che dovrebbe essere scontata ma che purtroppo rimane impossibile per moltissimi bambini nel mondo. Si calcola che a livello globale ci siano 64 milioni di bambini che non accedono alla scuola primaria. Questo li espone, sia a conseguenze immediate (lavoro minorile, rischio di sfruttamento, bambini soldato, matrimoni precoci), sia a lungo termine (mancanza di qualifiche e di competenze per vivere una vita piena e dignitosa).

Ha progetti per il futuro?

Al momento sto lavorando ad un progetto sulla mediazione culturale in Italia con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e collaborando con una piccola ONG, Second Tree, che si occupa dell’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo in Grecia. Tra poco lascerò Beirut, dove ho vissuto per 4 anni, e cercherò insieme a mia moglie una nuova destinazione dove continuare a svolgere il mio lavoro.

Il titolo Dov’ è casa mia che messaggio vuole lanciare? Nasce dal nome di un mio amico Kaniwar, che in curdo significa Dov’è casa mia ed è anche il titolo del racconto che chiude la raccolta. Il tema della casa è centrale in quanto ho vissuto, sia lo sradicamento delle persone costrette a fuggire dalle loro case, sia il mio in quanto operatore umanitario. C’è infine una questione personale che ha a che fare con il momento politico di oggi, in cui la cattiveria verso i migranti, slogan semplicistici e disumanizzazione dell’altro, sono diventati soffocanti in quella che dovrebbe essere la