Come si fa a tradurre un intero libro?

Trovare l’esatto corrispettivo italiano di termini che in una specifica lingua sembrano essere tutt’uno con un concetto non è un lavoro per molti. Occorre un’ottima conoscenza delle lingue (quella straniera e italiana), un vasto dizionario mentale, una buona capacità di comprensione e, infine, molta pazienza. Sì, perché in accordo con il detto “tradurre, tradire”, qualche lettore che storce il naso alla versione tradotta si trova sempre. E così, cimentarsi nella trasposizione italiana di una saga che ha riscritto una buona pagina della letteratura fantasy come quella de Il Trono di Spade di George R.R. Martin, può essere un’arma a doppio taglio (in tutti i sensi). Lo sa bene Edoardo Rialti, scrittore e traduttore fiorentino che, dopo la prematura scomparsa di Sergio Altieri, traduttore ufficiale delle opere di Martin, su quel “trono” ci si è dovuto sedere.

Come si è avvicinato al mondo delle traduzioni?

Ho studiato letteratura medievale e umanistica e poi letteratura del rinascimento italiana e inglese: ho sempre tenuto i piedi in due scarpe diverse perché la mia è una formazione filologica e letteraria, ma sempre con uno sguardo comparativista. L’inglese è sempre stata una lingua di cui avevo l’impressione di essermi riappropriato, che già sapevo e che mi ha sempre fatto sentire a casa mia.

Se dovesse spiegare in cosa consiste il lavoro del traduttore?

La traduzione è tante cose, è un lavoro molto concreto e artigianale, come la scrittura: devi riprodurre il più fedelmente possibile nella tua lingua le sfumature con cui lo scrittore si è espresso in origine. É come lavorare ogni giorno al fianco di un grande pittore e tu in piccolo lo guardi lavorare e cerchi di aiutare come puoi sulla stessa opera. Inoltre la traduzione è anche un primo fondamentale atto critico: la testimonianza di come hai letto, ascoltato e accolto un testo.

Lei ha “ereditato” la saga de Il Trono di Spade da Sergio Altieri: una grande responsabilità

In realtà è stata una doppia responsabilità, perché già Martin di per sé è un pezzo da novanta dell’immaginario contemporaneo e la sua opera è uno spartiacque importante che ha segnato un’epoca: quindi c’era il peso di Martin a cui andava aggiunto quello di un traduttore come Sergio Altieri. È come essere un nano che deve riempire le orme di un gigante. Io ho comprato le scarpe più grandi che potevo e spero che abbia funzionato.

Questo ultimo libro della saga è particolare perché è un prequel che racconta la storia di una delle famiglie più potenti dell’immaginario martiniano, i Targaryen…

Sì, la specificità di questo testo è che è diverso dagli altri romanzi di Martin, che hanno un certo tipo di stile molto sporco, brutale. Questo è un ipotetico manoscritto ritrovato e vuole riproporre una finta cronaca medievale, quindi usa uno stile alto, solenne, ma ha comunque un ritmo potente ed è percorso da tanti correnti stilistiche: ci sono le voci dei buffoni di corte, tracce di manoscritti erotici, atti di processi e tanto altro. Non è semplice, ma, come diceva Platone, «il bello è difficile».

Lei è più affezionato alla saga letteraria o alla serie tv?

Sono più legato alla saga letteraria. Credo che per quanto la serie tv sia ammirevole in tante cose, si percepisce nelle ultime stagioni l’assenza della scrittura di Martin come supporto principale e i personaggi stanno rimanendo un po’ troppo fedeli a loro stessi, a ciò che abbiamo imparato ad amare e a detestare di loro.

Ora quindi si attende il prossimo volume che, in effetti, i lettori stanno aspettando da parecchio.

È come la morte, è certa ma non sappiamo quando ci piomberà addosso. È un’attesa condivisa da tanti e sono sicuro che arriverà quando ci saranno già tante altre commissioni di lavoro (ride, ndr) quindi, come i “guardiani della notte” mi attenderanno delle lunghe notti, ma questo è perché gli dei sanno ridere di un uomo felice.

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