Ernesto Lamagna: «L’arte deve parlare all’uomo dell’uomo»

Sarà visibile fino al 18 dicembre, davanti a Palazzo Barbieri, l’installazione “Herat. Ora nona” dello scultore e Accademico Pontificio dei Virtuosi al Pantheon, Ernesto Lamagna. Un’opera realizzata 10 anni fa, ma ancora molto attuale nel raccontare la sofferenza delle donne afghane e, in generale, delle donne vittime di violenza.

Maestro lei opera a Verona da oltre 40 anni, vero?

Ebbene sì, da quarant’anni frequento Verona assiduamente per il mio lavoro. Perché Verona è la città che ha il maggior numero di fonderie artistiche o perlomeno le aveva, ma comunque è sempre una città molto importante, un punto di riferimento per noi scultori.

Quarant’anni che arrivano fino ad oggi con una un’installazione molto bella e d’impatto, “Herat. Ora nona” che si trova a Verona…

Sì in effetti questa installazione è nata da una mia esperienza in Afghanistan. Io fui invitato, grazie all’interessamento dell’amico Alessandro Carone, dal Ministero della Difesa e dal ministero degli Esteri a tenere un corso di pittura e scultura agli studenti universitari di Herat. Dopo questa mia esperienza devo dire che mi ha segnato umanamente e ho dei ricordi che non si possono cancellare. Ho visto cose incredibili, ho visto veramente cosa significa la sofferenza di una donna, che in Afghanistan vale meno di una capra, e quando sono tornato dall’Afghanistan ho voluto fare prima una mostra con le opere degli studenti che furono opere molto forti, molto drammatiche, una in particolare la ricordo ancora: una giovane dipinse il volto di una donna avvolto tra le fiamme con colori violenti, rossi, neri. Quando le chiesi il motivo del soggetto, mi disse che sua cugina, una ragazza ventenne madre già di tre figli, l’anno prima si era tolta la vita dandosi fuoco pur di sottrarsi ad una vita insopportabile. Io poi venni a sapere che ogni anno molte donne, nella sola provincia di Herat, si davano fuoco e si uccidevano in questa maniera atroce quasi per voler cancellare totalmente la propria persona, non lasciare più nulla di se stesse. E da questa grande forte esperienza è nata prima una mostra con le opere di questi studenti, poi nacque questa mia installazione che voleva come esorcizzare tutto quello che mi era rimasto nell’anima. Questa installazione fu fatta quindi per la prima volta circa 10 anni fa e Vittorio Sgarbi, con il quale ho rapporti di amicizia, dopo l’esperienza che abbiamo vissuto a Kabul e che abbiamo visto in televisione, ha voluto ripescare questa mia installazione e l’ha voluta al Mart di Rovereto. Però io devo dire onestamente grazie al Comune di Verona perché ha voluto questa mostra e l’ha messa nel pronao della facciata tra le colonne sopra la gradinata principale dando a questa scultura una valenza diversa, maggiore, una valenza politica che è giusto che abbia.

Una tematica molto attuale…

Io personalmente non ho mai modellato soprammobili, non ho mai fatto sculture d’arredamento. La mia scultura, come dice Sgarbi, è una scultura implicata cioè dove l’artista mette l’anima nelle proprie opere. La scultura deve servire a parlare all’uomo dell’uomo di tutti quelli che sono i problemi dell’uomo delle proprie miserie delle proprie debolezze. Questo è il compito dell’arte. Questo era quello che facevano i grandi artisti del passato.

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