Acclamato regista e cinematografo. Ma anche appassionato di botanica, etologia, storia dell’arte. Franco Piavoli, dagli anni ’60 ad oggi, ha dato vita ad opere innovative e sperimentali mettendo al centro il rapporto, al tempo stesso conflittuale e armonioso, tra uomo e natura. Pianeta Azzurro, il suo più grande successo, uscì negli anni ‘80.

Quest’anno il Film Festival della Lessinia le ha dedicato un omaggio e un premio. Si immaginava un interesse così duraturo nei confronti dell’opera?

In realtà questo rinnovato e diffuso interesse per Pianeta Azzurro è abbastanza sorprendente e, ultimamente, con il ritorno al tema della natura, mi viene richiesto sempre di più. Sono molto felice di ricevere questo premio, ma soprattutto mi fa piacere che venga riscoperta l’importanza di un cinema che prescinde dalle regole commerciali che impongono ritmi incalzanti e successioni drammatiche e violente. Un cinema che lascia il tempo allo spettatore di tornare nei ritmi naturali, che possono trascorrere veloci, ma anche molto lenti.

Cosa l’ha guidato nella realizzazione di quel lungometraggio entrato nella storia del cinema italiano? Perché portare sul grande schermo il ritmo lento della natura?

La mia è stata un’istintiva condivisione. Io sono nato sulle colline moreniche del Garda e fin da bambino ho sentito l’attrazione per gli elementi naturali, minerali, animali, e naturalmente anche per l’uomo, per i vegetali. Ho voluto sviluppare questo tema per rendere meglio i flussi temporali in cui siamo immersi, per dare una scansione ritmica molto aperta e molto larga. Qualcosa di diverso da ciò che normalmente viene presentato al cinematografo. Certo, ho rischiato con questo cinema che al tempo era completamente anomalo. La scena è affidata esclusivamente alle immagini, al susseguirsi e al movimento di esse. Fondamentali, poi, i suoni. Spesso non ci rendiamo conto dei suoni della natura, dei messaggi sonori degli animali, degli elementi naturali, compresa la parola umana. Dobbiamo riscoprire tutti questi elementi nel contesto ambientale in cui viviamo.

Lei è già stato ospite del Festival, lo conosce bene. Che sensazioni prova quando torna in Lessinia?

Torno sempre volentieri in Lessinia, ha un fascino straordinario per me. Mi piace il modo in cui è organizzato, mi piacciono gli autori che vengono presentati e fatti conoscere, autori che altrimenti non avrebbero circolazione commerciale e resterebbero sconosciuti.

Il direttore artistico del Festival, Alessandro Anderloni, ha dichiarato che nei prossimi 25 anni ci giocheremo la sopravvivenza come specie e come pianeta. Lei è stato una sorta di iniziatore di un filone narrativo sulla natura che oggi è al centro non solo delle produzioni artistiche ma anche dell’attualità. Pensiamo ai Fridays for future, a Greta Thunberg…

Sono assolutamente d’accordo con Anderloni. Ed è bello vedere che anche i giovani cominciano a rendersi conto che la natura è la casa in cui abitano. Se noi la lasciamo distruggere e disfarsi anche la loro vita e il loro futuro andrà distrutto. Cominciano a rendersi conto dell’importanza degli elementi naturali in cui si muovono. Anche se vivono in città, si rendono conto che l’aria, l’acqua, gli elementi primari della vita sono fondamentali per vivere e svolgere qualsiasi attività.

Quest’anno al Festival hanno partecipato molti giovani registi, come vede il futuro della manifestazione e del cinema italiano in generale?

Questa è senz’altro la via da percorrere. Mi auguro che il Festival possa avere un buon futuro, crescendo in importanza. Certo serve fatica e anche un impegno non indifferente.