Incidono le sue frasi, che siano estratte dai libri o dono immediato sui social, sono soste interne, «pause dentro», innegabile poesia. Franco Arminio è diventato famoso negli ultimi anni. Vendono, e anche tanto, i suoi libri che sono liriche sulla morte, l’amore, i paesi. Lì, in quell’Italia «che chiamano minore ma che è maggiore», porta i suoi festival, rivoluzioni poetiche inammissibili da concepire perché c’è poca abitudine alle necessità interiori: letture di Giorgio Caproni in ginocchio per le strade, musiche inventate e suonate nelle piazze più strette, piccole liturgie laiche di bellezza. Sono gli ingredienti di una medicina provvisoria, l’unica possibile, per «quell’autismo corale» che sembra il destino contemporaneo di tanti, se non di tutti. La chiama festa della paesologia, e l’ultima in ordine di tempo si è tenuta ad Aliano, vicino a Matera, a fine agosto, in un mucchietto di case baciate dalla natura dei calanchi. «Gli stupidi di questo tempo non credono ai paesi, ci vogliono spiriti grandi per farsi rigare l’anima dal vento e dal silenzio».

I luoghi per lei hanno una forza antica, rendono possibili gli incontri. Ma come ricorda Pavese, non è certo attendendo nella piazza deserta che si incontra qualcuno. Davanti a market trentennali che chiudono e ai letti freddi della spopolazione, la domanda è una: chi resta sa custodire i paesi?

I paesani sono colpevoli deboli. Sono paesanologi non paesologi, vivono del passato del loro paese, non ne parlano al presente. Per guarire i paesi, bisogna guardarli da vicino e da lontano: ci vuole un rapporto di intimità e distanza.

Facciamo degli esempi. L’Umanesimo delle montagne, teorizzato anche in uno dei suoi ultimi lavori, L’Italia Profonda, da cosa muove?

I governi devono capire che c’è un’Italia che rischia l’estinzione. Serve cambiare il pensiero; fare le politiche prima nei paesi e poi nelle città. Portare la fibra ottica prima in Lessinia e poi a Verona, prima a Bisaccia e poi ad Avellino. Altrimenti è il suicidio della nazione, del suo patrimonio edilizio che muore senza che venga fatto niente per riattivarlo. Si parla di Italia minore in confronto a Roma e a Milano, quando è nei paesi che c’è l’Italia maggiore, quella del silenzio, dell’aria migliore, della luce.

 «Cominciate la grande migrazione al contrario: qui avete una cosa vuota che vi aspetta, la casa che vostro nonno ha costruito coi soldi dell’emigrazione: voi qui potete accendere la vita». Lei esorta spesso i ragazzi a non lasciare il Sud, a non abbandonare la dimensione paesana. Come si può dire a un giovane, a un figlio che l’orizzonte di un paese può bastargli?

Dipende dal giovane, dal tipo di progetto di vita che ha un ragazzo. Non esistono solo Londra e Berlino come non si può solo lavorare di chiacchiere, qualcuno deve abitare la terra. Il problema è che si è svalutato il ruolo di chi sta nei campi. Serve una diceria che sottolinei il contrario, che ne dica il prestigio.

Non ha paura di scadere nella retorica bucolica e di essere scambiato per una sorta di guru alla moda?

In ogni poetica c’è un rischio. Mi rendo conto che nella paesologia ci sia una componente equivocabile. Qualcuno ci crede meglio di quello che siamo, altri ci scambiano per il peggio. C’è, come in ogni cosa, una messa a fuoco parziale. Io non mi sento un leader, ci ho provato con la politica ma non ci sono tagliato. Sono affannato, malinconico, scomposto, non ho certezze, dico cose disperse. Il mio pensiero cuneiforme, che è sempre attraversato dalla morte, dal suo scandalo, mi salva dal pericolo di diventare un feticcio.

Il pensiero della morte è anche la sua spinta per cercare il sacro in ciò che è più semplice. Spesso ha definito la sua scrittura come una scrittura religiosa…

Io sono intimamente perplesso e la mia scrittura è la mistica che affina questi dubbi. Io ho questo spavento, la consapevolezza che si può morire anche lì, mangiando un gelato, e se riesco a darci una forma bella, amata, che arriva alla gente, allora va bene. Non ho risolto la faccenda, però qualcosa è successo.

Condivide i suoi versi su Facebook e Instagram, dove possono essere immediatamente fraintesi, condivisi ma non meditati. L’ha detto lei che i social proliferano sulla suggestione. Come possono ospitare la profondità?

Le mie parole sono spesso equivocate perché lo strumento è quello che è, banale, esitante. Sono come un contadino che vende direttamente le sue verdure in piazza. In rete metto i miei prodotti di giornata e corro il rischio di essere onesto.

Cosa dice il Franco Arminio di oggi a quello di ieri, poeta amato ma meno famoso?

Sono sempre la stessa creta, anche se molti mi hanno lasciato. Oggi prendo tre lettori e ne perdo due che avevo. C’è questa cosa del “volevo amarlo solo io e ora che lo amate anche voi a me non piace più.”

Ha ideato il 15 settembre dell’anno scorso l’Assalto alla Poesia, una giornata dedicata all’acquisto di libri di poesia, perché «senza la passione metafisica, l’uomo si ammala»

Quest’anno si farà più avanti, non so ancora bene quando. Ma serve, come serve un fervore collettivo. Oggi c’è una grande depressione che tocca tutti, una miseria spirituale. La poesia comunitaria può diventare una vitamina. A livello provvisorio, si può sentirsi un po’ guariti.

Franco Arminio sarebbe stato un poeta anche se non fosse nato in un paese?

Io scrivo poesie da quando avevo 16 anni. Mia madre e mio padre mi hanno consegnato un assetto. L’avrei avuto anche in una grande città, ma l’indole me l’ha lavorata il paesaggio, mi ha dato un’altra postura. Ma non mi piace fare la gara delle identità, dei territori. Si può essere poeti ovunque, non è una faccenda di spazi ma di luce e di silenzio.

Perché allora continua ad abitare a Bisaccia?

Si può stare anche dove si soffre.