Sono arrivate le prime bollette e i primi salassi. I rincari energetici che stanno investendo anche il nostro Paese da tempo rischiano di paralizzare un sistema socio economico già provato da due anni di pandemia. Quali siano le cause, e soprattutto, le conseguenze di un quadro molto complesso è Michele Marsiglia, presidente nazionale di FederPetroli Italia.

Presidente, innanzitutto, avremo il gas per riscaldarci quest’inverno?

Lo avremo, gli stoccaggi anche nel nostro Paese sono a buon punto, ma il costo per la fornitura sarà molto elevato, con tutte le conseguenze immaginabili sull’economia reale.

Quali sono le cause di questo rialzo clamoroso del prezzo?

Da un lato possiamo parlare tranquillamente di speculazione. Dall’altro ci sono accordi internazionali potenziali capaci di disegnare una nuova geopolitica del gas. Ad agosto, per esempio, il ministro degli Esteri russo Lavrov si è recato in visita in diversi Stati africani per rafforzare i già ottimi rapporti esistenti, specialmente con quelli ricchi di idrocarburi.

Africa affollata, da questo punto di vista. Sono a rischio gli accordi sul gas che l’Italia ha siglato con Draghi?

C’è il rischio che possa ripetersi qualcosa di analogo a quanto accaduto in Libia, dove le nostre imprese non sono state adeguatamente assistite dalle istituzioni italiane e abbiamo perso gli appalti per lo sviluppo di pozzi off-shore a largo di Tripoli a vantaggio di aziende russe e turche. Va anche ricordato che nel momento in cui uno Stato sovrano è economicamente più forte può mettere in atto una politica di prezzo che può far passare in secondo o in terzo piano gli accordi siglati con l’Italia. Accordi tra l’altro stipulati con Paesi con dinamiche politiche interne particolari: potrebbero esserci destabilizzazioni rapide che potrebbero portare anche all’interruzione dei flussi di idrocarburi.

Dunque la Russia, nonostante le sanzioni, ha una politica estera molto attiva.

Certamente, alla pari di altri Paesi extraeuropei che continuano a muoversi nl campo commerciale come niente fosse. Siamo noi che stiamo rallentando. Nel nostro settore, dopo l’entusiasmo per gli accordi raggiunti dal governo uscente che permetterebbero di partecipare a delle gare per la costruzione di infrastrutture, c’è un freddo attendismo: le aziende si sono fermate in attesa di capire cosa accadrà proprio a questi accordi.

Perché?

Non vogliono comprare tutti i materiali necessari e ritrovarsi senza poi lavori da eseguire e il magazzino pieno. Le aziende italiane dell’oil & gas stanno tremando per la possibilità che gli accordi siglati possano essere messi in discussione.

La Russia ha ancora il suo peso.

La Russia a livello internazionale energetico ha un grosso potere contrattuale. Basti pensare che fino all’inizio di agosto aveva aumentato sia l’export di gas che di petrolio: anche se, come dicevamo, è sanzionata dall’Ue e dagli Usa, gli altri Paesi del mondo la vedono in modo completamente diverso. L’Opec+ comprende anche la Russia ed è impensabile che gli altri Paesi dell’organizzazione escludano Mosca. Se si parla di energia, la Russia sarà sempre coinvolta al 100%.

La recente scoperta di un mega giacimento a Cipro da parte di ENI?

Su quello bisognerà aspettare almeno cinque anni per avere qualche beneficio dal sito scoperto nel Mediterraneo. Siamo solo nella fase di prospezione.

Cosa dovrebbe fare ora il governo per difendere gli accordi stipulati?

La domanda è: vogliamo difenderli? In questo momento il Governo italiano è indebolito, la principale preoccupazione della politica riguarda le elezioni del 25 settembre.

Qual è il rischio di tergiversare a livello politico?

Perdere tempo vuol dire rendere difficile la vita di tanti concittadini che, con l’arrivo del gelo, si troveranno nella cassetta della posta bollette insostenibili per i loro portafogli. A questo, poi, bisogna aggiungere il problema occupazione. Se non si interviene subito, migliaia di persone resteranno senza stipendio nel giro di un mese. Altro che le vertenze che sentiamo oggi ai telegiornali.

Il price cap europeo al gas potrebbe essere una soluzione?

Il fatto è che il price cap non conviene a tutti: si fermerebbe la speculazione e ci perderebbero anche gli Stati europei che possono guadagnare dalla vendita della materia prima ad altri Paesi. Per questo non si trova l’accordo tra tutti i 27 membri.

Che inverno sarà il prossimo?

Riusciremo probabilmente a non restare al freddo, ma un prezzo stratosferico per lo Stato, per le imprese e per le femiglie. Il punto è che l’Europa ha deciso di mettere le sanzioni su un comparto strategico come l’energia di cui è un forte consumatore.

Cosa si dovrebbe fare per cercare di migliorare questa difficile situazione?

Sappiamo che in Italia si possono potenziare i giacimenti esistenti, ma non si tratta di un investimento conveniente. Inoltre, continua a essere predominante la posizione Nimby (proteste delle comunità locali, ndr) che ostacola scelte strategiche sull’energia a livello nazionale. Di fronte a questo ostruzionismo, occorre cercare di affinare una strategia energetica estera per l’Italia. Noi privati possiamo anche parlare con le aziende locali, ma è fondamentale la presenza delle nostre istituzioni. Al momento, però, sembra che fino a fine settembre non si possa fare nulla, o poco, su questo fronte.

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