Quando Gianni Morandi ha fatto capolino, del tutto inaspettato, in conferenza stampa un martedì come gli altri a Palazzo Barbieri, un po’ si è capito lo stile di Gianmarco Mazzi. La sua vita nei dietro le quinte che contano gli ha affinato l’arte di maneggiare presenze di peso. Dopo essere stato il padre (artistico) di svariate edizioni di Sanremo, ora il suo compito è trasfigurare l’Arena nella meta eccelsa che può essere per i grandi nomi della musica contemporanea. Proprio «per il rinnovato impegno nel rendere la città di Verona protagoniste in Italia e nel mondo», Mazzi ha ricevuto recentemente il premio di Verona Network in Camera di Commercio.

Non chiamatelo supermanager, perché i prefissi superlativi li lascia volentieri agli altri. Manager artistico è il titolo che Gianmarco Mazzi preferisce su tutti. Classe 1960, veronese, i primi passi li ha mossi nel mondo del calcio-spettacolo. Molto deve a Giulio Rapetti, in arte Mogol, che ha trasformato quel ventenne altissimo nell’organizzatore-pioniere della Nazionale Cantanti. Nel 1992 è diventato manager di Adriano Celentano (e dell’immancabile Claudia Mori) nonché produttore di Pupo. Nel 2003 ha fondato una casa di videoproduzione Run Multimedia srl con un altro veronese, Gaetano Morbioli, uno dei più affermati registi di videoclip e spot musicali. Hanno sfilato nel loro capannone scaligero Laura Pausini, Ferro, Renga e Tatangelo, per dirne qualcuno. «Specialista negli spiragli» è la definizione con cui l’ha battezzato il giornalista Stefano Lorenzetto. La migliore breccia che Mazzi ha scorto sulla sua strada è stata quella che gli ha schiuso il direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo pure con qualche benedizione politica (quella di Gasparri e di La Russa). È diventato direttore artistico e la carica gli ha spalancato le porte di Sanremo. «Sceglie cantanti e canzoni senza un’ora di conservatorio alle spalle» scriveva allora Mario Luzzato Fegiz, critico del Corriere della Sera. Eppure non si tiene il conto delle edizioni che il manager veronese ha guidato, con ascolti da capogiro alla mano. Nel frattempo, ha fatto altro. Nel 2013, ad esempio, è stato autore e produttore artistico della versione italiana di The Voice. L’anno successivo ha organizzato il Festival lirico dell’Arena di Verona condotto da Antonella Clerici su Raiuno. Già in passato nell’orbita degli eventi dell’anfiteatro, da quest’anno Gianmarco Mazzi è tornato alle redini della società della Fondazione Arena che gestisce il settore extra lirico e, grazie anche al suo tessuto di contatti, ha arricchito di grandi nomi il cartellone, in alcuni casi, spulciando semplicemente dalla sua rubrica del telefono, amico com’è di Gianni Morandi e di tanti altre voci dello spettacolo italiano. Per capirci, al suo matrimonio, nel 2012 a Torri del Benaco, erano presenti tra gli altri Adriano Celentano, Riccardo Cocciante, Paolo Bonolis e , appunto, Morandi. La sua ricetta per l’Arena ha un’andatura sostenuta nel segno, soprattutto, dell’internazionalizzazione: da Bob Dylan a Lenny Kravitz passando per i Deep Purple, gli Scorpions e Sting. Il colpo grosso, già messo a segno, è Elton John nel 2019. Ma il nuovo amministratore delegato della società extra lirica non sosta nei perimetri di un risultato neanche un momento e già apre il cassetto dei sogni. Sul palco dell’anfiteatro vorrebbe loro, gli U2 e i Coldplay. Per motivi anche intimi: «sono la colonna sonora della mia vita».

Lo chiamano il supermanager dello spettacolo…
Mi sembra esagerato, preferisco di più manager artistico.

E allora manager artistico sia. Come sta andando ora che è tornato sul campo areniano come responsabile dell’extra lirica?
Stiamo lavorando per mantenere ad alto livello tutta la programmazione parallela a quella lirica. Negli ultimi anni forse è mancata un po’ di internazionalizzazione. Proprio su questo aspetto ci siamo concentrati con il cartellone di quest’anno.

Ad inaugurarlo è stato, tra l’altro, Gianni Morandi, suo amico di vecchia data…
È stato un piacere per me che abbia aperto lui e che dopo sia arrivato Bob Dylan. Due padri della musica, uno di quella italiana, l’altro di quella mondiale. Oltre ai tanti ospiti che stanno sfilando in anfiteatro in questo un settembre molto forte con due momenti che saranno anche due eventi televisivi: l’8 con Andrea Boccelli e il 14-15-16 con Claudio Baglioni.

In effetti, aveva annunciato una chiusura trionfale…
Questi due eventi a settembre segnano anche l’apertura della stagione televisiva della Rai. Il che vuol dire che per tutta l’estate saranno trasmessi spot in qualche modo legati alla città di Verona e al suo anfiteatro; l’Arena sarà molto vista dal pubblico in contesti di grande livello. E poi, già lo dico: l’appuntamento con Boccelli sarà spettacolare.

Nel 2019 arriverà persino Elton John…
Lui rappresenta proprio la svolta internazionale che vogliamo dare, anche in prospettiva. La programmazione annua non basta, bisogna lavorare con un orizzonte temporale più ampio. Intanto, visto il successo dei biglietti, stiamo chiedendo al cantante di fare altre serate.

Ce l’ha un sogno nel cassetto? Qualcuno che vorrebbe assolutamente portare in Arena?
Io un sogno ce l’avrei che, poi, in realtà sarebbero due: gli U2 e i Coldplay. Il problema è che loro hanno delle produzioni calibrate per stadi anche da 80 mila posti e quindi, qui, non ci sono le economie per reggerli. Saremo, ovviamente, in prima fila, se volessero fare un concerto unplugged. Intanto, io continuo a starci dietro: a loro come a Lady Gaga e ad altri grandi artisti.

Si dice che sul lavoro sia uno che arriva agli obiettivi, molto meticoloso nei dettagli.
(ride, ndr) Sì, sono un perfezionista. A volte lo percepisco come un difetto e mi sento un po’ vittima di questo perfezionismo perché quando si lavora con altre persone, bisogna accettare che le cose non vadano sempre esattamente come vorremmo.

È stato il padre di tantissime edizioni di Sanremo, in un’intervista ha detto che prima e durante il Festival, per lo stress, gli capitava di arrivare a perdere quasi dieci chili. C’è qualche errore che non è riuscito proprio a mandare giù?
Sanremo è un evento che devi progettare bene perché è come quando sei a Giurisprudenza. Diritto privato è tra i primi esami, è complicato e quindi ci metti mesi a studiarlo. Con il Festival funziona uguale: se non studi dal primo giorno arrivi all’ultimo momento che non rimedi nulla. Bisogna progettarlo bene perché è una macchina complicata. Io ho anche imparato dagli errori, in passato ho fatto un’edizione non molto fortunata. Per contro, le quattro che sono venute dopo hanno avuto, ogni anno, un successo maggiore.

C’è una leggenda attorno alla sua figura, si dice che sia molto bravo a capire quando un artista avrà successo oppure no. Come per i Negramaro, ad esempio.
Diciamo che tra i direttori artistici il più bravo è quello che sbaglia meno: arrivano tantissimi pezzi e proposte. Con i Negramaro lo capì subito. Ricordo nitidamente quella sera: ero nella redazione di Sanremo. Arrivò il brano (Mentre tutto scorre, ndr). Ho sentito una cosa di una potenza tale che ho pensato: “Ma questo pezzo è straordinario”.