Sulle mensole dell’atelier, Arlecchino, nella sua tradizionale variopinta livrea, diventa il dirimpettaio del generale Cadorna. Qualche mensola più in là, non ti ha mai tolto gli occhi di dosso un vecchio diavolo, ma grazie al cielo, un po’ più su, c’è quella Santa Margherita, protettrice dei Cimbri e delle partorienti, a vegliare su di te.

Qui, il sacro e il profano condividono lo stesso tetto, assieme a Maurizio, che di mestiere fa il burattinaio. E quando al momento delle presentazioni ci svela il suo cognome, Gioco, viene da pensare che questo mestiere fosse proprio un destino.

In questo scrigno di meraviglie, Maurizio tesse storie e scolpisce personaggi, e a vedere le delicate carezze di tempera che riserva all’ultimo burattino creato è chiaro perché lo faccia. Lungo le pareti dell’atelier, riposano tutti i personaggi della commedia dell’arte, assieme a re e regine, soldati, streghe e maghi. Conservati in grandi valigioni poi, ci sono tutti gli altri burattini che aspettano solo una storia per uscire allo scoperto.

«In una valigia piena di burattini, si racchiude un anno intero di lavoro: dai disegni preparatori e tutto il lavoro di ricerca e progettazione del burattino, fino al momento in cui ci si dedica alla scultura e alla pittura. Infine, la creazione degli abiti, un tempo affidata alla cara zia Lina, e ora alle mie sarte di fiducia. Un singolo burattino nasce da tante mani diverse. Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha portato a questo mestiere: fare il burattinaio è fare un lavoro di sintesi, tra materiali, linguaggi e tecniche diverse».

Nati i personaggi, con loro nasce anche la storia giusta, che molto spesso germoglia già al momento della creazione del burattino, quando un viso diventa più scavato di un altro, e lo sguardo più cupo. «Per mettere in scena uno spettacolo, gli anni di lavorano diventano due: dopo il tempo della ricerca e della contaminazione, in cui tutto può diventare storia, quando l’intreccio inizia a prendere forma, c’è la stesura del copione, la progettazione delle scene, e poi la composizione della musica, che sottolinea l’azione e dà continuità. Da 15 anni a questa parte sono le note di Francesco Pagani ad accompagnarmi».

Come spesso accade, il primo spettacolo è nato tra le mura domestiche: La favola della Terra, una produzione nata a cena, per trasmettere a Sofia, con l’aiuto di burattini in cartapesta, l’amore… per le verdure! «Dico sempre che i burattini sono una grande risorsa pedagogica: ecco, nel caso di mia figlia Sofia, hanno iniziato a funzionare solo dopo 25 anni».

Da quella prima, domestica, produzione, sono tantissimi gli spettacoli nati in più di 30 anni di lavoro: solo tra le più recenti, Burattini streghe e briganti, copione ispiratosi alla storia del brigante di Falasco che lo scorso maggio è valso il “Premio Nazionale Ribalte di Fantasia” Arlecchino torna dalla guerra, spettacolo approdato anche in Belgio, tra le quinte del teatro Royal Peruchet di Bruxelles.

Dopo un’estate ricca di laboratori, spettacoli e, non per ultimo, una mostra personale a Roma, a Villa Pamphilj, al momento, tra i progetti futuri c’è l’idea per uno spettacolo più sperimentale, e il progetto, più grande, per un burattino… sociale: burattini per le strade della città, magari pure al bar, a prendersi un caffè. Burattini liberi tra la gente, a scombinare le nostre strambe regole, perché, meno male, come sancito nel Manifesto del Burattino, almeno lui, signori e signore, è, ancora, anarchico.

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