Ci siamo trovati lì, in un bar vicino al Maffei, noi e loro, che poi eravamo in due, ma ognuno dei due portatore di tanti mondi, i nostri mondi. E lui, Nicola Cinquetti, ha un mondo in particolare che ci interessa, ed è il mondo dell’infanzia, della sua gioventù, quella che scrive sulla carta da ormai vent’anni, prima battendo a macchina, poi al computer. «Era il 1997 quando inviai il mio primo manoscritto a un editore», ci racconta. E da allora ha fatto parecchia strada, approdando a uno dei riconoscimenti più prestigiosi della letteratura per ragazzi, il Premio Andersen come miglior scrittore.

Fin da subito ha scritto per bambini e ragazzi, «perché sono uno scrittore per bambini e ragazzi». Lui, professore di filosofia e storia, la definisce una “dimensione naturale”, «la mia scrittura è sintonizzata sul mondo interiore dell’età giovanile, le storie che mi nascono sono storie per bambini e ragazzi. Dopotutto è come chiedersi: perché un melo fa le mele? Perché è un melo». Per Cinquetti questa dimensione ha a che fare con la memoria dell’infanzia, dei propri vissuti, «c’è in fondo un desiderio di conservarla». Non è necessario dunque indagare sé stessi per comprendere la ragione profonda per cui accade questo. E a conferma di ciò, «se provassi a scrivere per adulti ne verrebbe fuori un libro per ragazzi». Che poi, a dirla tutta, scrivere per i giovani significa variare molto il registro, lo stile, i contenuti. «Scrivere per la fascia 0-5 anni è diverso da scrivere un libro per adolescenti. In generale si può sintetizzare in un processo che dal libro senza parole approda al libro senza immagini». E questi generi sono stati già toccati da Cinquetti: fiabe, favole, racconti, albi illustrati, filastrocche fanno parte del suo repertorio.

La formazione poetica ha avuto un grande peso per Cinquetti. «Ogni frase deve suonare bene, ogni parola deve essere collocata con cura, ci deve essere una particolare attenzione alla parola», quindi alla forma, alla qualità del linguaggio, aspetto che spesso viene sottovalutato a beneficio del contenuto.

Il Premio Andersen è stato importante in questo senso: «ha scatenato come ovvio tanti sentimenti, gioia, contentezza, orgoglio, soddisfazione, ma soprattutto mi ha dato conforto, mi rassicura, perché quando uno scrive non è mai del tutto sicuro di scrivere cose buone». Lo scrittore scrive quello che ritiene migliore, «perché quello che suscita nell’altro non è prevedibile né controllabile. Il processo di scrittura non avviene sotto il controllo della coscienza».

Che poi non c’è uno scopo particolare, «il fine è quello di scrivere una bella favola, una bella storia o una bella poesia. Il bello, in quanto valore, è già il fine, si giustifica da sé. La favola, per esempio, non è per dire altro, è già essa stessa il fine».

Ma perché allora si raccontano storie? «Si raccontano proprio perché non hai la pretesa di svelare il mistero della vita o di dire la verità del bambino. Il personaggio deve essere vero, e lo scrittore ne mette in luce un frammento di vita». Narratore, quindi, più che romanziere, Nicola Cinquetti ha già intrapreso la strada di un nuovo racconto, perché «quando spariva anche l’ultimo spicchio di sole, lui si chinava a sollevare un sasso e sotto quel sasso c’era sempre una favola».

La motivazione del Premio come miglior scrittore

«Per un ben misurato percorso contraddistinto dalla passione e dalla perizia, sempre in interlocuzione profonda con le lettrici e i lettori; per la capacità di modulare il proprio lavoro letterario su diversi registi e forme: dal testo ritmico di poesie e filastrocche al testo per gli albi illustrati, dalla canzone all’originale ma precisa rinnarazione dei grandi classici; e fino ai territori della narrativa d’ampio respiro e ricercata intensità».

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