Sante ha avuto coraggio. Ha vissuto nei boschi per 20 mesi. I mesi della guerra. Quella vera, seguita all’8 settembre del ’43. Quella civile. Perché “ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”, come ammette aspramente Cesare Pavese ne La casa in collina. Sante, però, a differenza di Corrado, protagonista del romanzo, non si sente “braccato, colpevole”. Non si vergogna dei suoi “giorni tranquilli”. «Il mio cuore diceva di non andare con i partigiani. Consideravo la guerra partigiana giusta. Ma avevo paura dei tedeschi e dei fascisti». Poi ammette: «ero timido».

Sante ha avuto coraggio. Da solo con suo cugino nei boschi. «Si stava nei busi e si tornava a casa solo la sera per mangiare». Ha subito tre burrasche. Ha assistito all’esplosione delle polveriere. «Ricordo ancora il rumore della polveriera che fecero saltare ad Avesa!». Trascorreva solo pochi giorni in famiglia, «ma appena si sentivano dei movimenti minacciosi ci si nascondeva. Un giorno di novembre del ’44 sono venuti addirittura a cercarci a casa, nella contrada Carbonara».

Sante ha avuto coraggio, perché ha resistito. A suo modo. «Ho avuto speranza. Ho atteso che venissero gli americani a liberarci». E quel giorno è arrivato. «Il 25 aprile giunsero gli americani a Montecchio. E con gioia gli offrimmo “un bicer de vin”».

Nato nel maggio del ’23 nella famiglia Squaranti di Alcenago, Sante aveva 12 fratelli. «Si viveva poveri», ci racconta. «Si studiava fino alla terza elementare. Poi si cominciava a lavorare a 8-10 anni». Sante è stato da sempre contadino, prima sotto padrone e poi nei campi di famiglia. Si è allontanato dalla sua terra solo per obbligo. Il 9 gennaio 1943 fu reclutato nell’esercito a Merano. Si cantava “Duce, tu dai la gioia di vivere e noi ti diamo la vita”. «Si giurava fedeltà, ma il cor diceva altro», chiarisce poi. Anche prima della guerra nessuno poteva ribellarsi. «Si sentiva la pericolosità del regime, ma si aveva paura».

Dopo avere ricevuto istruzioni a Merano, «dove si stava al freddo, senza guanti né niente», ricorda, Sante ha trascorso un periodo in Val Passiria, in Alto Adige. Il 23 maggio del ’43 però accusò un reumatismo. «Trascorsi 75 giorni in ospedale, e poi un mese a casa in convalescenza». Il giorno dell’armistizio sarebbe dovuto ripartire. «Domandai al maresciallo cosa dovevo fare. Lui mi rispose di aspettare».

Nell’esercito Sante non fece più ritorno. Si dette alla macchia, come molti, moltissimi soldati. Forse a salvarlo è stata la raccomandazione che sua zia fece a Santa Rita, per lui e per i suoi cugini, che tornarono vivi dalla Russia. Una buona sorte, che ancora oggi gli permettere di stare vicino alla moglie Rosa.

Da 52 anni vivono insieme, in una casa del Comune di Grezzana. A guardarla sembra che il tempo si sia fermato. «Mi piacciono i monti, l’aria aperta e la campagna», dice Rosa Pernigo, classe 1931. «Quando abbiamo dovuto chiudere la stalla abbiamo pianto».

Sembra che da quel mondo Rosa non si sia mai allontanata. E sembra quasi che aspettasse questa intervista per rivelare un segreto, che non ha mai raccontato a nessuno, ma che le ha sempre arrecato tanto dolore. «Mio padre era militare carabiniere. Durante la guerra faceva servizio nella stazione di Porta Nuova. Raccontava che dai treni stipati di gente venivano urla disperate. “Acqua! Acqua!”, si sentiva urlare. E la gente cadeva morta dai vagoni. Un giorno una guardia tedesca gli ordinò di ammazzare un signore che distribuiva acqua ai prigionieri. Mio padre, però, si rifiutò. Disse allora che sarebbe voluto tornare a casa per salutare i suoi sette figli e poi avrebbero potuto fargli quello che volevano. Tornò così a casa. Non era in grado di dire una sola parola, da quanto era sconvolto. Ci abbracciò tutti e se ne andò. Alla fine si salvò».

Rosa è quasi commossa. Ora si sente liberata da un peso. Ha atteso anni. Ha avuto speranza. Ha resistito. Senza pretendere. Con quella umiltà che si rispecchia nella casa in cui vive con il marito, e nel duro lavoro nei campi.

Sante ha fatto il contadino per 200 lire all’anno, «da San Martin a san Martin», i giorni della semina. «I miei figli hanno seguito le nostre orme. Hanno iniziato a lavorare a 15 anni». «Oggi i giovani dovrebbero lavorare sodo. Bisogna adattarsi». E conclude con decisione: «Devono fare quello che c’è da far!».

Ha ragione il signor Squaranti. Bisogna adattarsi. Con coraggio.

Il coraggio è la capacità di resistere alla paura, di dominare la paura: non è l’assenza di paura. (Mark Twain, Wilson lo Svitato, 1894)