Sessantatre anni, fisico atletico (ha sempre praticato sport, tennis in particolare). Nessuna patologia pregressa, nessun medicinale da prendere. Nulla che potesse far pensare a una situazione di partenza facilmente aggredibile dal Covid-19. Eppure Camillo Smacchia, medico di lungo corso, ora direttore del Serd di via Germania, il Coronavirus l’ha contratto a metà marzo. Una vicenda dolorosa, per certi aspetti alienante, dalla quale è uscito e che ha voluto raccontarci sulle pagine di Pantheon.

Dottore, cominciamo dall’inizio. Quando ha contratto il Covid-19?

Lunedì 16 marzo, il primo giorno che riuscivo ad avere una mascherina, quasi per ironia della sorte. A quel tempo ero direttore della sanità penitenziaria, lavoravo in carcere, e in quelle ore erano arrivate le prime forniture di mascherine. Al mattino ho indossato il dispositivo, la sera alle 18 sono tornato a casa con una sensazione di malessere, brividi e spossatezza.  

Ha pensato in quegli istanti che potesse c’entrare il Coronavirus?

A marzo, parlo anche da medico, eravamo a conoscenza di quella che pensavamo fosse una specie di “influenza”, considerata tra l’altro abbastanza benevola, non immaginavamo il panorama fosco che poi si sarebbe materializzato nei mesi successivi. Le confesso che io quella sera ero anche un po’ contento perché dal 1° marzo mi avevano assegnato, oltre all’incarico già attivo presso la casa circondariale, la direzione del centro dipendenze di Verona. Venivo da due settimane molto intense e faticose, per cui un paio di giorni di riposo – pensavo – mi avrebbero fatto recuperare fiato.

E invece non è stato così.

No, il fiato, invece di recuperarlo, l’ho perduto. Come dicevo, all’inizio mi sono ritrovato con qualche linea di febbre, poi ho accusato male alle ossa, mal di testa, ma la cosa che mi preoccupava di più è che, anziché migliorare, la situazione peggiorava sempre di più. Nel giro di una decina di giorni sono stato ricoverato. 

Camillo Smacchia

Come ha saputo che si trattava di Covid-19?

Sapendo che il Coronavirus stava circolando, anche per un senso di responsabilità nei confronti dei miei pazienti e delle strutture in cui opero, ho voluto fare un tampone. 

Che è risultato positivo.

Sì. Erano i giorni in cui iniziavamo a vedere in tv le camionette dell’esercito che di notte trasportavano le salme da Bergamo verso altre città di destinazione, i giorni in cui Papa Francesco ha pronunciato quell’omelia in una piazza San Pietro deserta… ancora adesso, a pensarci, mi si serra il fiato in gola.

Come si è evoluto il quadro sintomatologico?

Non sentivo più i sapori, gli odori né i profumi, anche solo ad alzarmi mi provocava una fatica enorme, non capivo cos’avessi. Ogni movimento mi provocava una stanchezza infinita. E poi ero nervoso, anche perché quando ti manca l’ossigeno nel sangue, il cervello è uno dei primi organi a risentirne.

Diceva che era stato ricoverato poi.

Certo. Dopo il primo tampone, passati tre o quattro giorni, continuavo a peggiorare. Sono tornato all’ospedale e a seguito di una tac ho scoperto di avere una polmonite interstiziale. I colleghi mi hanno fatto tornare a casa pensando che una cura antibiotica potesse essere sufficiente. Non era così. Dopo altri tre giorni sono tornato a Borgo Trento mi hanno ricoverato nel reparto di Malattie infettive al policlinico di Borgo Roma. 

Cos’ha provato in quel momento?

Camillo Smacchia assieme alla moglie.

Solitudine. Quando ho salutato mia moglie, me ne sono andato in ambulanza, ho avuto un pensiero tra me e me: “forse è l’ultima volta che ci vediamo”. Ho provato ad immaginare anche se fossi stato dall’altra parte, pensare ad esempio che ad essere portata via fosse mia moglie e io fossi rimasto lì, incapace di fare qualsiasi cosa, e magari dopo qualche giorno avvisato per telefono che era morta e non potevo nemmeno andare nemmeno al funerale. Ho pensato anche a queste cose e avevo una grande angoscia.

Quanto tempo è rimasto in reparto?

Ho passato dieci giorni in terapia semi-intensiva. Indossavo la maschera d’ossigeno giorno e notte, ma per fortuna non mi hanno mai portato in rianimazione. Ricordo i volti dei colleghi che ogni tanto salutavano da un finestrino e poi ricordo benissimo e voglio ringraziare anche in questa occasione, gli specializzandi, gli infermieri, il personale delle pulizie che entravano nelle stanze e ci portavano conforto. Non dimenticherò mai i loro sguardi, le loro parole. Ti tengono in vita, mi hanno tenuto in vita. Ti fanno capire che ci sei ancora.

Indossava la maschera d’ossigeno, quali sensazioni si provano?

Mancando l’ossigeno, come dicevo, ci si sente molto affaticati e anche rintronati. Ricordo che un’infermiera mi ha portato la settimana enigmistica, sono un appassionato di parole crociate e rebus. Beh, non riuscivo a farne uno. Un mese dopo, a casa, li ho ripresi in mano e in dieci minuti li ho risolti. In quei momenti non capivo nulla.

Ha mai pensato alla morte?

No, non so come mai, forse per incoscienza o per deformazione professionale. Ho capito, però, che siamo sempre in un delicato equilibrio.

A chi ancora nega o sottovaluta il Covid-19, che messaggio dà?

Non è facile dare spiegazioni, per capire bisogna passare la malattia. Non è un dolore, non è un qualcosa che ti colpisce in maniera decisiva come può essere un trauma o un’altra patologia. È una sensazione angosciante di impotenza.

Con cosa è stato curato?

Con l’antimalarico e con i farmaci contro l’Aids, che in questi giorni si è dimostrato come siano del tutto inefficaci contro il Coronavirus. Alla fine mi hanno salvato i vecchi “farmaci”: ossigeno e cortisone.

Come ha ripreso la vita normale, di tutti i giorni?

È stato durissimo tornare a lavorare. Sono tornato a casa il 1° aprile e ho ripreso l’attività a metà maggio. Avrei voluto partire subito, già da aprile, ma non ce la facevo, ero molto spossato e quando mi sentivo stanco, pensavo subito al Covid, questo virus che ti condiziona anche psicologicamente.

Adesso ha paura?

Non voglio nemmeno pensare di ammalarmi di nuovo. Ho donato anche il plasma per una carica anticorpale molto elevata, un po’ di memoria immunitaria dovrei ancora averla.

Come l’ha cambiata questa parentesi della sua vita?

Chi mi conosce sa che sono una persona molto espansiva e comunicativa, per me è difficilissimo non stringere una mano o stringere un abbraccio, soffro tremendamente a non avvicinarmi alle persone. Chiaro, adesso sono attento, indosso sempre la mascherina e igienizzo le mani. Quello che mi è rimasto è un’idea complessiva di un momento tragico. Ho la sensazione di essere un testimone di un periodo storicamente inedito, di aver provato un’esperienza particolare. Nel 2009 ero stato in rianimazione per un’uscita di strada, una vicenda dolorosa che sento come solo mia, questa volta mi è parso una cosa più collettiva, una situazione molto ampia per cui la pena soffermarsi a pensare.

Sta montando la protesta di piazza per le norme restrittive del DPCM. Cosa ne pensa?

Sta chiedendo questa cosa a un dipendete statale. A volte sento in colpa per coloro che sono penalizzati da questa situazione e che hanno dovuto chiudere l’attività, frutto di tanti sacrifici, magari per sempre. Mi sento frenato da qualsiasi tipo di giudizio perché mi sento un privilegiato dal punto di vista occupazionale ed economico.

I suoi colleghi “al fronte”?

I colleghi del Pronto Soccorso, dei reparti o delle rianimazioni sono ancora molto impegnati. Ho il massimo rispetto per loro.

Riuscirà a dimenticare o ad attenuare ciò che le è accaduto?

Difficile. Quello che mi è capitato, mi ha lasciato una cicatrice piuttosto profonda. Sento attorno a me una comunanza con altre persone che, letta in chiave positiva, può tradursi anche spirito di appartenenza a una comunità.