matteo valbusa

38 anni, originario della montagna veronese, Bosco Chiesanuova per la precisione, indiscusso talento, dall’eclettica personalità, Matteo Valbusa è stato perfino protagonista, come professore di musica corale, nel reality Il Collegio, in onda su Rai2.

Matteo Valbusa

Da dove nasce la sua passione per la musica?

Ho iniziato studiando pianoforte da piccolo, un po’ spinto dai genitori che mi hanno sempre incoraggiato tantissimo. Poi, quando avevo 17 anni, ho scoperto la musica corale. Al termine di un saggio di pianoforte c’era un coro che cantava, il più bel coro che avessi mai sentito fino ad allora. Sono stato folgorato! Cosi dal giorno dopo, ho iniziato a studiare e sono andato anche a cantare in quel coro. Si tratta del Coro della Scuola Diocesana di musica sacra di Santa Cecilia, qui a Verona.

E poi?

Nel 2000 ho fondato il mio coro che ho ancora, sorride (ndr) l’Insieme Corale Ecclesia Nova e nel 2003 ho iniziato a dirigere anche il Coro Maschile La Stele e, successivamente anche il Coro Marc’Antonio Ingegneri, in un repertorio che va dalla polifonia antica alla musica contemporanea. Nel frattempo ho studiato in conservatorio e all’Università e mi sono diplomato in direzione di coro e in direzione d’orchestra. Sono anche direttore artistico del Festival Internazionale Voce! di Bosco Chiesanuova (dove sono nato e cresciuto) e del Festival Dodekantus di Verona.

La musica è formazione continua…

Studiare è fondamentale e continuerò per tutta la vita, perché per noi è così.

E la direzione d’orchestra?

Diciamo che, negli anni ho conosciuto una ragazza che adesso è mia moglie. Era, ed è, una persona appassionatissima di musica sinfonica e di opera. Grazie a lei ho iniziato a studiare direzione d’orchestra. Insomma ho avuto un altro colpo di fulmine.

Dirigere un coro e dirigere un’orchestra, quali sono le differenze sostanziali?

Diciamo che ci sono dei gesti direi tecnici, degli schemi che servono a tenere il tempo in entrambi i casi. Sono come un vigile urbano che fa passare le macchine al momento giusto, sono dei gesti standard. Oltre a questo però dobbiamo prestare attenzione a far cantare o suonare nella maniera più bella. Quindi, quei gesti diventano carichi non solo di tecnica ma di poesia. Poi, di fatto, il Coro e l’Orchestra hanno bisogni differenti. All’orchestra serve un accompagnamento molto puntuale, preciso, sempre coinvolgente e poetico. La cosa più importante è far andare assieme un grande gruppo di persone professioniste. Per il coro invece il gesto è un sostegno per le voci, che funzionano col fiato, con l’aria, per cui si deve badare alla continuità.

Come ha vissuto l’esperienza di dirigere il Coro della Fondazione dell’Arena di Verona che ammalia persone da tutto il mondo, durante la stagione estiva?

Per me è stato un vero onore. Sono stato lusingato di ricevere la chiamata della Sovrintendente Cecilia Gasdia per sostituire, per un periodo, il maestro del Coro dell’Arena al Teatro Filarmonico di Verona. Era venuta a sentirmi ad un concerto dell’Insieme Corale Ecclesia Nova e si è ricordata di me. Nelle due produzioni, Fuoco di gioia dove ci tengo a ringraziare la bravissima pianista Patrizia Quarta e Elisir d’amore, il coro ha lavorato benissimo, abbiamo costruito un ambiente di lavoro sereno e un rapporto professionale veramente di alto livello. Preparare e dirigere il Coro dell’Arena è un sogno che si avvera.

Non è facile dirigere quando si è giovani, che qualità le riconoscono?

Credo in primis la preparazione. Tutte le esperienze che ho raccolto in questi vent’anni, non solo a livello musicale ma anche culturale e, nel rapporto con le persone. Come seconda cosa: la leadership. Bisogna saper trattare le persone con gentilezza e con autorevolezza insieme. Non a caso, spesso i direttori d’orchestra e di coro vengono chiamati per tenere corsi leadership ai manager, ho fatto anche questo, sorride (ndr).

Ci parli della sua parentesi televisiva, su Rai2…

Un giorno, mi hanno telefonato per dirmi se volevo fare una cosa nuova, originale, era la prima edizione del Collegio, questo programma- reality in cui c’erano studenti adolescenti di oggi catapultati agli inizi degli anni Sessanta. È stata una bella esperienza e sono rimasto colpito dalle incredibili professionalità che scrivono questi programmi tv.

La musica ha un ruolo sociale, di legame con il territorio?

Con i cori si lavora a stretto contatto con la gente dei paesi e della città, si è vicini alla realtà delle persone. Si va nelle chiese, nei teatri: le attività sono molte, grazie anche al volontariato dei coristi amatoriali. La musica dei professionisti è ancora un po’ lontana e dipende anche dalla lungimiranza delle amministrazioni. C’è bisogno di aiuto, di sensibilità politica, che tenga alla cultura, alla storia e all’unicità del proprio Paese. Spesso mi accorgo che Paesi come gli Stati Uniti, il Nord Europa e la Cina investono tantissimo in musica e noi, che siamo la patria dell’Opera lirica (che cantano in italiano in tutto il mondo), siamo in grande difficoltà.

Secondo lei che sforzo si può fare?

Il mondo della musica professionistico ha la necessità impellente di aprirsi al grande pubblico e lo deve fare oggi utilizzando, non solo i mezzi tradizionali, ma la tecnologia, i canali informatici, i social network. È bene che il mondo della musica investa in tecnologia per farsi conoscere ai più giovani perché non deve rimanere un mondo d’elite.

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