In Italia, a 4.800 metri d’altezza, c’è solo il Monte Bianco, la montagna più alta d’Europa. In Pakistan, a 4.693 metri, si percorre l’autostrada. È la Karakorum Highway, la strada asfaltata più alta del mondo, che collega il Pakistan con la Cina attraverso il passo del Khunjerab. E a farle da contorno, con il fascino naturale che è concesso solo alle montagne, alcune delle vette più famose e meravigliose del mondo, dal K2 al Nanga Parbat arrivando fino al Gasherbrum. Ed è in questa cornice che il veronese Fernando Erbisti, insieme ad altri tre amici, Paolo Cracco, Marco Zanetti e Stefano Mirandola, ha intrapreso un viaggio di due settimane, in sella ad una moto, alla scoperta di un mondo così diverso da quello occidentale, eppure unico nella sua bellezza.

Fernando, perché questo viaggio insolito?

L’anno scorso, con un gruppo di amici motociclisti, sono andato in Vietnam: avevamo un amico comune che lavorava là. Durante il viaggio, alla sera, saltavano fuori proposte per i viaggi successivi. Una di queste era stata: «Perché non facciamo la Karakorum Highway, che è la strada asfaltata più alta del mondo?». La cosa mi ha incuriosito, ho cominciato a documentarmi e ho deciso di portare avanti l’idea con alcuni amici. 

Qual è stata la difficoltà più grande nell’organizzare il viaggio?

Il problema più grosso è stato quello del mezzo: abbiamo dovuto noleggiare le moto in Pakistan, perché era troppo complicato portarle dall’Italia. Quindi ho cominciato a scrivere e contattare agenzie viaggi pachistane che le noleggiavano e facevano questo tipo di percorso. È stata dura, ma alla fine siamo riusciti.

Quanti chilometri avete macinato in tutto?

Tremila chilometri circa. Abbiamo percorso strade incredibili, la cosa bella è che di asfalto ce n’è poco. Nei giorni in cui andavamo su strade sterrate percorrevamo 200 chilometri, quando c’era più asfalto anche 300-400. Abbiamo attraversato una strada incredibile, la S1, che da Gilgit va a Skardu e sono 160 chilometri solo di sterrato: lì la guida è a sinistra e da quel lato avevamo uno strapiombo incredibile che finiva in un fiume e non ci sono sistemi di protezione. Durante il viaggio siamo caduti quasi tutti (ride, ndr) con poche conseguenze: d’altronde è facile cadere sullo sterrato.

Avete fatto incontri particolari sul vostro cammino?

Non ci sono occidentali, appena le persone locali ti vedono, chiedono di farsi una foto con te. Poi abbiamo conosciuto un australiano che era in viaggio con la moglie, stavano girando da mesi per l’Oriente. Con loro ci siamo trovati prima di entrare nella Karakorum e gli ho chiesto quanto se fosse bella come si dice. Mi hanno risposto che ad ogni curva avremmo esclamato “wow”. Ed è stato così.

Rifarebbe questa esperienza?

Sì assolutamente. È stata impegnativa, ma abbiamo visto cose uniche al mondo. Poi quando siamo arrivati a Skardu, da dove partono tutte le spedizioni degli alpinisti che vanno sul K2 o sul Nanga Parbat o sul Gasherbrum, in albergo abbiamo conosciuto due italiani: Francesco Cassardo, un ragazzo che era caduto qualche mese fa dal Gasherbrum VII, e l’altro Carlalberto Cala Cimenti. Stavano per partire per la spedizione e Cimenti tre giorni prima era sceso dal Nanga Parbat sciando di notte. Abbiamo passato assieme qualche ora dopo cena. Ho letto dell’incidente qualche giorno dopo su internet.

E ora a quando il prossimo viaggio?

Per adesso ci prendiamo un po’ di pausa, ma quel ragazzo australiano incontrato sulla strada ci ha dato delle dritte: secondo lui il posto più bello è il Laos. Poi ci sarebbe sempre l’idea di andare in Sud America: Bolivia, Colombia…vedremo.