La strada da regista per lei sembrava segnata dalla nascita: è andata così?

Ho vissuto questo ambiente fin da molto piccolo, giravo il mondo con la compagnia di famiglia, partecipando come attore agli spettacoli. Intorno al periodo dell’adolescenza, però, ho avuto un rifiuto: l’unica certezza che avevo era che da grande non avrei mai fatto quel mestiere.

Luca Caserta

Per questo la laurea in archeologia preistorica?

Mi ero appassionato allo studio dell’antichità nel periodo d’oro di Indiana Jones, quindi un legame con il cinema c’è sempre stato, in realtà. In quegli anni non ho comunque mai abbandonato il teatro. 

Quando il richiamo verso la macchina da presa si è fatto evidente?

Durante l’università mi sono appassionato sempre di più al cinema, in particolare con i film di Kubrick: “Odissea nello spazio” è stata per me un’epifania. Parallelamente continuavo a scrivere poesie ai racconti, cosa che faccio dall’adolescenza. Ho iniziato a mettere in scena alcuni miei testi con la compagnia di famiglia (Teatro Scientifico, ndr) e successivamente sono entrato all’accademia di Cinecittà, seguendo anche corsi di direzione della fotografia. Credo che per poter dirigere una troupe sia necessario saper dialogare con le diverse figure che ruotano attorno alla macchina da presa.

Sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia: tutte discipline che a volte unisce nei suoi lavori, come nel caso di “Dimmi chi sono”. Com’è nata l’idea per questo progetto?

Siamo partiti da un caso di cronaca, una donna scomparsa che sembrava aver perso la memoria. Io ed Elisa Bertato (protagonista del corto e coautrice della sceneggiatura) abbiamo costruito la storia di una donna che rimane vittima di una grave forma di amnesia in seguito a una violenza sessuale e che, non ricordando nulla della sua vita, vaga per la città come una senzatetto. Abbiamo sviluppato temi come la violenza sulle donne e la ricerca della propria identità e dignità perdute, il tutto ambientato in un contesto di periferia.

“Dimmi chi sono” è girato principalmente tra la zona industriale di Verona e le aree abbandonate dell’aeroporto di Boscomantico. Perché la periferia veronese?

Inizialmente “Dimmi chi sono” doveva entrare in produzione a Roma, poi la cosa è sfumata. Ho successivamente deciso di realizzarlo a Verona pensando come le sue periferie, dal punto di vista cinematografico, fossero ancora inesplorate, sicuramente meno abusate di quelle romane.

Dimmi chi sono – Backstage

La scelta ha ripagato?

Probabilmente niente succede per caso. Ho fatto molta fatica a trovare la location principale, quella in cui la protagonista si nasconde. Quando l’ho trovata, però, corrispondeva esattamente a quella che avevo descritto nella sceneggiatura, compresi gli stessi tagli di luce. Una scelta che ha ripagato e che ha dato dal punto di vista iconografico un tocco di originalità.

Il cortometraggio è il mezzo giusto per parlare di certe tematiche sociali?

Vedendo il successo nei festival, direi di sì. Molti dei premi ricevuti da “Dimmi chi sono” sono legati all’aspetto sociale e umanitario, per aver approfondito temi come la violenza sulle donne e l’attenzione verso gli ultimi; tanti riconoscimenti sono arrivati anche da paesi, come ad esempio l’India, in cui certe tematiche sono fortemente sentite. Mi fa piacere che i festival internazionali abbiano colto questi aspetti, cosa che ha permesso di portare l’attenzione su tematiche di cui non si parla mai abbastanza.

Sta cambiando, forse, il modo in cui il pubblico percepisce il cortometraggio?

Se prima veniva visto solo come un passaggio per poi approdare al lungometraggio, negli ultimi anni sta iniziando a guadagnare il suo status cinematografico anche presso le platee, proprio nell’accezione di film breve. Forse è grazie alla sua brevità che riesce a colpire in modo più rapido e diretto; è un proiettile, una fucilata. Oggi è riconosciuto anche sulle piattaforme online e questo incrementa la possibilità distributiva. Sicuramente l’esplosione delle serie tv ha abituato gli spettatori ad una fruizione più compressa da un punto di vista narrativo.

Un’evoluzione in cui si ritrova?

Un’evoluzione che rientra nel mio stile: amo colpire allo stomaco gli spettatori per indurre una riflessione, non ci vado di certo leggero. È un genere con cui mi trovo a mio agio, un terreno di prova interessante con un margine di sperimentazione forse anche più ampio del lungometraggio. Spesso è più difficile raccontare una storia sulla distanza più corta che su quella più lunga, perché il tempo è molto più compresso e in poco devi sviluppare e risolvere la narrazione. Ora sto lavorando a un lungometraggio, ma il corto è una forma su cui ritornerei.

Alcuni film di Luca Caserta sono disponibili in VOD su diverse piattaforme:

“Dal profondo” è distribuito worldwide dalla società statunitense IndiePix Films con il titolo internazionale “Out of the Depths” sia sulla loro piattaforma di streaming che su Prime Video. “La fabbrica della tela” è disponibile su Prime Video con il titolo “The Canvas Forge”. “Dentro lo specchio” è disponibile sul canale YouTube di Nuove Officine Cinematografiche. Anche gli altri film saranno disponibile prossimamente in streaming.