Il professor Giuseppe Lippi

I pazienti con patologie pregresse come ipertensione, insufficienza cardiaca e malattie renali croniche hanno un rischio aumentato di sviluppare una forma più grave della nuova patologia da coronavirus. Medici, operatori sanitari, ricercatori e pazienti stanno discutendo apertamente sulla possibile influenza degli inibitori dell’angiotensin-converting (ACEi) e degli antagonisti del recettore dell’angiotensina (ARB) nei pazienti con Covid-19. Una delle vie attraverso cui il virus entra nelle cellule è mediante l’ACE2, l’enzima che converte l’angiotensina I in angiotensina II nei polmoni e in altri tessuti ed organi. Questo fa ipotizzare che alcuni farmaci possano aumentare la suscettibilità al virus e la severità della patologia.

Nella ricerca “Angiotensin-Converting Enzyme 2 and Anti-Hypertensives (Angiotensin Receptor Blockers and Angiotensin Converting Enzyme Inhibitors) in Coronavirus Disease 2019”, che apparirà sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, un gruppo di scienziati che ha lavorato in prima linea nella lotta contro questo virus mortale in Spagna, Italia e Stati Uniti, ha analizzato la controversia per di sintetizzare le evidenze disponibili relativamente a quest’aspetto.

Nel team internazionale di ricerca anche Giuseppe Lippi, professore ordinario di Biochimica clinica al dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’università di Verona, e direttore dell’Unità operativa complessa di Laboratorio analisi dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e a tal proposito il Rettore Pier Francesco Nocini commenta: «Esprimo i miei più vivi complimenti al professor Lippi e la soddisfazione di tutta la Governance per la nomina ricevuta, che conferma l’eccellenza del nostro ateneo a livello internazionale».

«In accordo con le attuali linee guida, raccomandiamo ai pazienti ipertesi di non sospendere la terapia farmacologica anti-ipertensiva», afferma il principale autore Fabian Sanchis-Gomar, che afferisce al dipartimento di Fisiologia della facoltà di Medicina dell’università di Valencia, all’Istituto di ricerca biomedica Incliva (Valencia), e alla divisione di Medicina cardiovascolare della Stanford University (Usa).

Dopo un esame approfondito di oltre 60 studi pubblicati, Sanchis-Gomar e i suoi coautori concludono che nessuno studio ha finora riportato l’esistenza di un aumento dei valori, e che una maggiore espressione non sottenderebbe necessariamente un aumento del rischio di infezione o di gravità della patologia.

La ricerca ha principalmente riguardato studi che evidenziano come valori aumentati di angiotensina II possano favorire la sindrome da distress respiratorio acuto nei pazienti Covid-19. Altre ricerche suggeriscono che gli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina potrebbero giocare un ruolo importante nel trattamento di Covid-19. Gli autori tuttavia concludono che sono necessari altri studi e valide prove scientifiche per formulare conclusioni definitive.

Le prove attuali indicano che gli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina riducono significativamente la mortalità nelle malattie cardiovascolari e la progressione della malattia renale cronica, e che sono il cardine nel trattamento dell’insufficienza cardiaca e dell’ipertensione. «La terapia con ACE-inibitori o bloccanti dei recettori dell’angiotensina dev’essere continuata, o eventualmente iniziata, secondo le specifiche indicazioni e indipendentemente da Covid-19», osserva Sanchis-Gomar.

Sebbene non esistano sostanziali differenze tra bloccanti dei recettori dell’angiotensina e ACE-inibitori in termini di efficacia nel ridurre la pressione arteriosa e migliorare altri esiti, la tosse che a volte si associa all’uso di ACE-inibitori e i tassi di abbandono della terapia imputabili ad eventi avversi sembrano essere inferiori nei pazienti che utilizzano bloccanti dei recettori dell’angiotensina. «Alla luce della simile efficacia e della minora incidenza di eventi avversi, i bloccanti dei recettori dell’angiotensina (ARB) potrebbero rappresentare un’opzione terapeutica più vantaggiosa nei pazienti con Covid-19 a rischio di sviluppare forme più gravi di questa patologia», afferma Sanchis-Gomar.

In un video, Carl J. Lavie, che afferisce al John Ochsner Heart and Vascular Institute dell’università del Queensland (New Orleans, Usa), conclude: «L’angiotensina II è un ormone che promuove infiammazione, danno ossidativo, vasocostrizione e fibrosi, ed è quindi abbastanza ragionevole supporre che un agente farmacologico in grado di inibire la produzione di questo ormone possa essere utile nella prevenzione del danno polmonare e nel ridurre la severità sistemica della patologia. È certamente prematuro suggerire di utilizzare questi farmaci come misura preventiva per Covid-19 in pazienti senza altre indicazioni per l’assunzione degli inibitori del sistema renina-angiotensina-renina, tuttavia questo è un aspetto che merita approfondite valutazioni”».