Il gruppo di fondatori de La Barcaccia nel 1969

L’intento primario di quel valente gruppetto di attori, che nel 1969 decise di fondare una compagnia teatrale di qualità a Verona,– parole di Roberto Puliero – era «quello di costruire una solida struttura organizzativa, in grado di assicurare vita duratura alla Compagnia… e la possibilità concreta di fare, di studiare e di produrre teatro con sicurezza e continuità». Tutto questo in un’epoca, alla fine degli anni Sessanta, in cui «le iniziative sporadiche di questo o quell’animatore erano solite costituire di volta in volta compagnie che, assemblate per l’allestimento di un particolare spettacolo, poi si scioglievano al termine delle poche recite in programma».

A giudicare dal traguardo raggiunto in questo 2009, ovvero il quarantesimo anno di attività della Barcaccia, possiamo senz’altro affermare che quell’auspicio iniziale si è concretizzato negli anni in una solida, vincente e acclamata realtà. Quattro decenni di spettacoli nei teatri del veronese e del Veneto senza mai dimenticare il pubblico dei quartieri, dei paesi, delle frazioni. Un rapporto di professionalità, non solo di amicizia, tra attori che garantisce un alto livello qualitativo e fortifica il rapporto davvero speciale con le platee e con il pubblico. 

Maestro Puliero, quarant’anni di Barcaccia e una vita vissuta sul palcoscenico: possiamo partire con lei, vista la sua esperienza, da un’analisi del teatro inteso come mezzo di comunicazione? Come resiste il teatro nell’era della digitalizzazione?

Il teatro sta vivendo un momento contraddittorio. In un periodo storico in cui tutta la comunicazione è virtuale, parliamo di internet, di sms, di social network…lo spettacolo teatrale avrebbe modo di imporre tutta la sua peculiarità, la sua tridimensionalità che gli permette di essere la forma d’arte che più si avvicina alla vita reale. Purtroppo il teatro sembra perdere questa clamorosa occasione, perché mancano gli autori che una volta vivevano all’interno della compagnia, conoscevano la tecnica teatrale, e non erano soltanto grandi scrittori. Oggi molti autori vengono fagocitati dalla fiction o dalla pubblicità. Altro aspetto: il teatro non appare più in televisione da molto tempo: fino a trent’anni fa venivano trasmesse due opere in televisione appositamente registrate per i palinsesti televisivi. Le rare immagini che passano in tivù oggi sono astruse perché sono situazioni adatte a una platea teatrale, non a un pubblico eterogeneo e televisivo. Il teatro ha perso quell’alone di unicità che aveva in passato, tuttavia permane attorno ad esso un grande entusiasmo, soprattutto da parte dei ragazzi, dei giovani, che lo vogliono, ad esempio, nelle scuole. Si può parlare quindi di un’attrazione istintiva, e più si tiene alta la qualità – come cerchiamo di fare noi da tanti anni – e più la partecipazione è crescente. Non vanno bene certi eccessi quali sperimentalismi d’avanguardia, che in realtà diventano retroguardia più retriva che rischia di essere d’elite e non comprensibile a tutti, oppure un teatro fatto in modo sciatto, come le piccole compagnie che si trovano soltanto per passare del tempo insieme.

La Barcaccia a teatro

Cosa intende per teatro sciatto?

L’errore di molte piccole compagnie è pensare che la tecnica non conti o conti poco. Io, per dire, non so suonare e non mi improvviso musicista, ma c’è gente che non sa parlare e recita in teatro. Esiste un modo di approcciarsi, uno studio approfondito del modo di porsi, del modo di parlare, di muoversi. Le norme del teatro si possono anche spiegare in un pomeriggio, ma è necessario conoscerle e applicarle. E di pari passo non esiste più una critica teatrale: vent’anni anni fa, quando sapevo che Carlo Bologna, Carlo Terron o Bruno De Cesco avevano scritto una recensione su di un mio spettacolo, tremavo all’idea di prendere il giornale, e non perché fossi più giovane, ma perché le opinioni di quelle persone mi interessavano. Se ti dicevano bravo, lo eri sul serio. Adesso so in partenza che tutti diranno che uno spettacolo è bello. Sono critiche al consenso, prive di spessore. La “Barcaccia” è la più vecchia compagnia della città, ma allo stesso tempo la più giovane nel suo organico, con un età media degli attori molto bassa; io cerco di insegnare ai giovani le tecniche, ma oltre a me non hanno altri riscontri esterni per cercare un confronto. Di teatro se ne parla in modo sempre molto generico o banale.

Un ricambio generazionale importante e continuo? È forse questo uno dei segreti che permette alla Barcaccia di ‘navigare’ da 40 anni?

Negli ultimi anni sono entrati molti giovani, ragazzi di diciotto, vent’anni. In genere, quando vengono da noi, o scappano via subito perché il ritmo di lavoro è intenso – presentiamo circa 120 spettacoli l’anno – oppure rimangono dimostrando attaccamento, gioia e passione. Nel marzo del 1969, quando fondammo la Compagnia (io ero il più giovane tra gli attori di allora e oggi sono l’unico superstite nel Gruppo), fissammo delle norme che avrebbero garantito una continuità, una possibilità concreta di fare, di studiare, di produrre teatro, in modo da andar oltre le scelte o i capricci individuali che avrebbero compromesso la vita stessa della Barcaccia. In questo modo la compagnia è riuscita a sopravvivere a lungo, anche quando se ne andarono attori importanti.

Lei parla di norme, ci faccia un esempio.

Fin dall’inizio io e i miei colleghi abbiamo eliminato dal nostro vocabolario il concetto di teatro amatoriale, perché è contraddittorio. Fino a pochi anni fa, io e dei miei amici giocavamo a calcio a livello, appunto, amatoriale: ci divertivamo tantissimo, e giocavamo malissimo, ma non pretendevamo certo che la gente venisse a vederci. Fare l’attore amatoriale, o ritenersi tale, è un paradosso: perché fare teatro per il mio divertimento non ha senso. Il teatro esiste solo nel momento in cui si crea un rapporto tra l’attore e il pubblico. Ecco, la nostra longevità come Barcaccia è dovuta proprio al fatto che i nostri rapporti sono improntati sulla professionalità: se un mio amico è ‘strasso’ come attore non posso accettarlo, devo far teatro con una persona che magari non mi è simpatica o che odio addirittura, ma che sul palco ci sappia stare.

La putta onorata

Qual è un consiglio che darebbe fin da subito a chi intendesse avvicinarsi al palco?

Avere obiettivi chiari: con il teatro non si diventa famosi. Se questo è lo scopo per un giovane d’oggi, gli conviene andare al Grande Fratello o se è una ragazza provare a fare la velina. Chi sceglie di far teatro deve cimentarsi sotto la guida di una persona che lo segua costantemente: ci sono anche di corsi, buoni, ma spesso sono tenuti da attori falliti o disoccupati in cerca di soldi che non avvertono i ragazzi che non si diventa attori partecipando e finendo un corso. Ci sono delle regole importanti e utili da imparare e da carpire, soprattutto da chi ha fatto cose importanti: fare teatro è un lavoro di grande serietà.

Maestro, lei ritiene di aver avuto un giusto riconoscimento da Verona e dai veronesi in tutti questi anni di onoratissima carriera?

C’è il famoso detto che dice che nessuno è profeta in patria. Devo dire, invece, che sento attorno a me l’affetto della gente, ed è un sentimento ricambiato perché io amo veramente il mio pubblico. Due anni fa al Teatro Romano recitammo ‘La putta onorata’ e quando entrai in scena ci fu un applauso incredibile: ricordo ancora che dissi a mia moglie che a quel punto avrei anche potuto morire.

Il rapporto con le istituzioni non è altrettanto soddisfacente: noi non chiediamo soldi o patrocini come fanno molte altre compagnie che alimentano un sottobosco fatto di appoggi politici, anche a fronte di scarsi meriti artistici. Penso che sarebbe assolutamente normale che di fronte ai nostri numeri, da chi di dovere, ci venisse almeno chiesto: «Puliero sa fasio st’ano?». Questa richiesta non esiste proprio. Forse anche per colpa nostra, perché non abbiamo mai domandato niente a nessuno; nessuno ci ha mai dato niente, anzi, in questi anni abbiamo anche gestito dei teatri a beneficio della città.

Roberto Puliero

Vorrebbe un’attenzione diversa da parte delle istituzioni?

È un problema loro non nostro: io sarei contento se qualcuno ci mettesse a disposizione un teatro, lo accetteremmo, però è straordinario anche essere liberi. In tutti questi anni avrei potuto andare a Roma o Milano, ma ho preferito rimanere a Verona: io la vedo come una scelta di grande libertà. Molti attori teatrali sono disoccupati e devono accettare parti che non farebbero mai. Io invece non ho la pretesa di vivere col teatro e sono libero di fare ciò che voglio. Sono comunque un attore professionista perché ricevo uno stipendio per le serate in tivù, ma dal teatro non ricavo nulla, anzi ci rimetto. Potrei anche rappresentare delle opere a due o tre attori, tanto di moda oggi, invece preferisco allestire dei colossal come ‘La putta onorata’, con 22 attori. Anche questa, a mio avviso, è libertà.

Dove trova gli stimoli per continuare, per andare avanti?

Il teatro è una scelta di vita di cui non mi son mai pentito. Mi capita di recitare la parte del ‘paiasso’ in alcuni spettacoli, per i quali vengo pagato, e bene, ma se dovessi scegliere, non avrei dubbi: farei sempre teatro.

Maestro, come si prepara per una serata, come vive le ore precedenti lo spettacolo?

Quando recito non vorrei mai essere da un’altra parte, se non lì, davanti al nostro pubblico: arrivo sempre in ritardo agli appuntamenti, ma in teatro mi preparo sempre due ore prima. Pulisco il palco, mi gusto lo spazio, spio la gente e parlo con loro; è il modo di comunicare che più mi si addice e che più mi entusiasma. Recitare è come sognare tenendo i piedi per terra: vivi un’altra vita, interpreti altri personaggi e li controlli… questa è una cosa che non esiste nel cinema o alla televisione.

Sappiamo che lei è stato insegnante di lettere per molti anni alle scuole medie…

A me piaceva insegnare. Ho smesso dieci anni fa perché non riuscivo a far tutto. Crescere i ragazzi è come crescere dei figli, vederne i progressi, far scoprire cose nuove anche se poi prendono altre strade. Così faccio ora con i miei allievi della Compagnia. Il rammarico più grande, però, è che trent’anni fa c’era un’attenzione diversa, oggi parli ai ragazzi di Valeria Moriconi e non sanno neanche chi sia.

C’era più qualità, mentre oggi vi sono attori scarsi o incapaci, soprattutto in televisione, protagonisti di certe fiction…Il mio insegnante mi diceva sempre che a recitare sottovoce sono capaci tutti e questi in tivù parlano sussurrando. Sul palco a volte si deve comunicare qualcosa anche a gente che è a cento metri di distanza e quindi ci deve essere per forza uno studio di tecnica, di passione, di sfumature, di comunicazione.

Roberto Puliero

Lo studio e la tecnica sono supportate oggi da un’editoria teatrale all’altezza?

Difficoltà enorme trovare testi nuovi, è una cosa terribile. Quando avevo trent’anni si leggevano tre ottime riviste di teatro: il Sipario, il Dramma e il Dotto. Su queste pubblicazioni c’erano uno o due testi di ottimi autori; quindi a fine mese avevo cinque o sei testi nuovi, da provare. Oggi si fa più fatica: in libreria si trova solo Goldoni, Shakespeare e Pirandello… è venuta a mancare negli anni un’editoria teatrale, e di conseguenza una base solida sulla quale partire.

Oltre che attore e insegnante, lei si è occupato di giornalismo televisivo e radiofonico, sempre con quella sua grande capacità di attrarre l’attenzione del pubblico… 

Le radiocronache mi hanno dato popolarità. Costituiscono un fatto giornalistico, è vero, ma ho sempre cercato presentarle sotto forma di spettacolo: da anni incontro delle vecchiette che mi dicono «Puliero, non capisso niente de balon, ma me godo come na mata a sentirte».

Maestro, un’ultima domanda: le rimane ancora un sogno nel cassetto?

Direi di no, perché fare teatro vuol dire sognare in continuazione: mi auguro forse di poter trovare sempre testi nuovi su cui lavorare. Poi devo aggiungere che il teatro è una ricchezza straordinaria perché mi permette di pensare a quale personaggio scegliere quando avrò 86 o 87 anni: il teatro ti consente questo. Quando reciti stai sempre insieme ai ragazzi e parli con loro e sei loro amico anche se ci sono tra me e loro parecchi anni di differenza. Recitando insieme, in fondo, è come stare sulla stessa barca, anzi…Barcaccia.