orizzonte

Incontriamo Francesco Della Puppa, ricercatore e sociologo presso l’Università Cà Foscari di Venezia, esperto di migrazioni internazionali che, insieme al giornalista Francesco Matteuzzi e il fumettista Francesco Saresin, ha da poco pubblicato “La linea dell’orizzonte“, un “ethnographic novel” sui cittadini italiani di origine bangladese in una migrazione fra il Bangladesh, l’Italia e Londra. È difficile parlare di immigrazione, in particolar modo in questi ultimi tempi e l’idea di un fumetto per raccontare le storie di chi la vive è un approccio nuovo che mira a coinvolgere un pubblico più ampio e non solo gli “addetti ai lavori”. Attraverso questo linguaggio, gli autori sono riusciti a far capire come si svolge una ricerca scientifica nella sua interezza (di solito si vede solo il frutto della ricerca ossia un articolo accademico) e, così facendo, hanno dato spazio anche ai retroscena dello studio: i momenti di sconforto, di  esaltazione, il vissuto e le riflessioni dello stesso autore. Il risultato? non più un prodotto posticcio, ma un’esperienza viva che coinvolge il lettore fin dalle prime pagine.

Come nasce questo libro?

In seguito ad una ricerca etnografica, tra Bangladesh e Italia, che ho svolto per il dottorato, sugli uomini bengalesi di Alte di Ceccato, una frazione del comune di Montecchio Maggiore arrivati in Italia negli anni novanta, ho deciso di approfondire ulteriormente le loro traiettorie quando hanno deciso di ripartire con le loro famiglie per Londra, conducendo una nuova etnografia, questa volta tra l’Italia e Londra: l’ “onward migration”.

Cosa significa?

Con “onward immigration” identifico un’ulteriore migrazione “in avanti”, dopo aver trascorso un lungo periodo di vita in un primo contesto immigratorio. Nel caso della prima generazione di bangladesi in italia, la spinta a compierla è stata la ricerca di quella che in sociologia si chiama “mobilità sociale ascendente”: ossia la ricerca di migliori condizioni sociali e materiali per sé, ma soprattutto per le generazioni future. Nello specifico, questi immigrati nel loro paese d’origine sono persone di “classe media”, con un discreto capitale economico e culturale, che cercano in Europa migliori opportunità di realizzazione. Tuttavia,  a distanza di anni, dopo aver costruito una famiglia in Italia e, dopo aver sopportato razzismo, sfruttamento, solitudine, sofferenze, comprendono che le loro aspettative rispetto al futuro dei loro figli difficilmente si realizzeranno e decidono, quindi, di emigrare nuovamente e trasferirsi in Inghilterra, a Londra. Rispetto all’italia, Londra e il Regno Unito sono percepiti come contesti maggiormente meritocratici dove l’ascensore sociale non è bloccato: nell’ex madre patria coloniale, i cittadini del sub-continente indiano possono ambire a lavori più qualificanti e posizioni di maggior rilievo. I loro figli potranno diventare medici, ingegneri, bancari, politici.

Da qui il titolo “la linea dell’orizzonte”, una metafora?

Questi uomini e donne continuano ad andare avanti per arrivare alla “linea dell’orizzonte” che però, ogni volta si sposta sempre più là e sembra impossibile da raggiungere. E’ un avanzamento migratorio, ovviamente, ma anche biografico ed esistenziale.

Nel libro il protagonista del racconto parla della morte come (paradossalmente) “motivo di vita”, cosa significa?

Riflettere sulla morte racconta molto di come ci si approcci alla vita. Questa generazione di immigrati, prima si è sacrificata per la generazione dei genitori, poi per quella dei loro figli. Di fatto, non hanno mai potuto dedicarsi a se stessi. L’ unico momento in cui possono decidere senza farsi influenzare da nessuno è il momento della morte, in cui sceglieranno dove essere sepolti, Bangladesh, Italia o Londra…

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