Arriva un momento nella vita in cui ci si chiede: Dove sto andando? E’ con questo interrogativo che Alessia Bottone, giovane giornalista e regista veronese, raccoglie i ricordi di suo padre e, attraverso una sequenza di immagini d’archivio, ne racconta il rapporto, scoprendo se stessa e mettendo in luce il diverso modo di vivere odierno, rispetto a sessanta anni fa. “Mi sono sempre sentita parte di un Sud che ho conosciuto solo grazie agli aneddoti di mio padre e di un Nord dove sono nata e cresciuta e mi sono chiesta se questa sensazione fosse condivisa anche dai figli dei nuovi migranti. Vivere in un contesto in cui convivono più culture è indubbiamente arricchente, ma trovare una propria identità all’interno di questa ricchezza non è sempre facile”, racconta Alessia. Da sempre attenta ai temi sociali, che l’hanno fatta conoscere al pubblico, cito “Ritratti in controluce” e “di Ieri come oggi”, affronta con la forza della semplicità e della verità, il delicato tema dell’emigrazione, o meglio dei “viandanti” come lei li descrive.

Il docu-film prodotto nell’ambito del Premio Zavattini, in collaborazione con Archivio Aamod, Istituto Luce e K-Studio, è ispirato ad una storia vera. Parte da un viaggio a Napoli che la regista fa insieme al padre e al fratello, a bordo di un treno notturno, durante il quale riesce a capire “cosa vedeva suo padre quando, anni prima, si affacciava alla finestra: i suoi ricordi. La ricerca delle immagini e il loro studio mi hanno permesso di raccontare il percorso di una vita: hanno reso la realizzazione di questo film, il viaggio stesso che volevo raccontare”.

La voce della protagonista, è stata affidata alla bravissima Valentina Bellè (Dori Ghezzi nella produzione RAI sulla biografia di Fabrizio De Andrè), che, al telefono ci spiega, ha accettato di partecipare a questo progetto “per la stima nei confronti della talentuosa regista e per i contenuti di questo film-dcoumentario”. Il suo timbro, talvolta malinconico e al tempo stesso magnetico e avvolgente ha reso il racconto una storia universale, in cui molti si possono identificare.

Giuseppe, tuo padre, descrive con la sua voce, attraverso i suoi ricordi una realtà completamente diversa dalla nostra: l’Italia degli anni sessanta, quella dei nostri padri e dei nostri nonni.

La voce del protagonista è proprio quella di mio padre, così da poter trasmettere fino in fondo l’autenticità delle sue esperienze, vissute nel profondo, tanto da condurre lo spettatore nel viaggio, quasi onirico, della sua vita ed esortandolo a tuffarsi nel proprio passato.

 E’ un concetto che mi sta molto a cuore e che ho riassunto in una frase “perché per quanto lontano possiamo andare torniamo sempre là dove tutto è iniziato”.

Descrive la sua infanzia, concentrata nel quartiere popolare Vicaria, dove si tenevano sempre le porte aperte e dove, anche se stretti, si trovava spazio per tutti. 

Parla del suo amico Napoleone, con il quale esplorava la città con due taralli nelle tasche e tanti sogni nella testa, incitando in un certo senso i giovani d’oggi, sempre in costante ricerca di un posto di

lavoro nel mondo,  affinché colgano la bellezza e le opportunità che la vita stessa offre. Dello scarparo (calzolaio) che batteva i chiodi con la determinazione di dovrà riparare molte scarpe per veder studiare i propri figli. Prosegue con Nanninella e con Don Mario che fungeva un po’ come la scuola materna dei nostri giorni.

Cambia quartiere e cambia il mondo.

Ad un certo punto la famiglia di mio padre si trasferisce in un altro quartiere, più elegante, in un’altra scuola con compagni di classe diversi, vestiti a modo, figli di impiegati e dirigenti, in un’altra casa con perfino una camera in più per gli ospiti che però non viene mai aperta. Si tratta di una metafora: la nostra società opulenta vive nel benessere ma è chiusa in sé stessa, non si apre agli altri. Come mia nonna che, di fronte alla scoperta dell’esistenza di un altro modo di vivere si nasconde dietro le persiane della cucina, pur di non sentirsi giudicata. Banalmente, se ci pensiamo, anche noi non suoniamo più il campanello per bere un caffè da un amico ma prendiamo preventivamente un appuntamento, l’individualismo in senso stretto è, per così dire, la matrice della nuova socialità.

Suo padre parla anche dei migranti che affollavano la stazione.

Si, lui stesso, con i suoi ricordi, si focalizza sul tema della fuga nonché sulla paura dell’ignoto che accomuna gli emigranti italiani del secolo scorso con la valigia di cartone, ai migranti a bordo dei barconi dei giorni nostri. Mi sono dedicata al tema della migrazione perché ho lavorato in un centro di accoglienza in Svizzera e mi sono confrontata con persone che “cercavano un loro posto nel mondo”. Mi sono quindi allontanata dai numeri e dalle statistiche e mi sono concentrata a costruire un dialogo silenzioso tra viandanti di ieri e di oggi, che custodiscono gelosamente il loro passato pur combattendo un’ambiziosa battaglia. Dando spazio alle immagini degli sbarchi di migranti albanesi del 1991 (Archivio Aamod) e alle riprese dei salvataggi in mare ad opera della ONG Sea Watch, mi sono resa conto che l’Archivio della memoria del cinema non è altro che è l‘archivio delle nostre famiglie, della storia comune che abbiamo.

Il film, venti minuti intimi e universali in ugual modo, è stato accolto con entusiasmo dalla critica e vinto numerosi premi e ancora non ha finito il suo tour…

Sono molto felice e ringrazio anche Martina Dalla Mura Luca Balboni e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo film.

E’ stato doppiamente premiato al Festival Filoteo Alberini come Miglior Sceneggiatura e Miglior Montaggio; al Festival Ethnos di San Giorgio a Cremano è stato il 1° classificato Sezione Cinema.

Finalista al Festival Sign of the Nuit di Bangkok, al Matera Film Festival e al Sedicicorto International Film Festival di Forlì per la sezione Corti-Italia
 Menzione Speciale al 38°Bellaria Film Festival. Sarà anche al Corto Dino Film Festival Dino De Laurentiis a Napoli. Il film è disponibile sulla piattaforma MyMovies dallo scorso 5 ottobre.

La “Napoli di mio padre”, a seguito delle misure anti-Covid, sarà proiettato a Verona proprio durante il Festival “Non c’è differenza” il prossimo 18 aprile. Con l’occasione abbiamo incontrato virtualmente Isabella Caserta – Direttrice artistica del Teatro Scientifico-Teatro Laboratorio e del Festival “Non c’è differenza”.

Isabella, perché la scelta di questo film?

Ho inserito ‘La Napoli di mio padre’ nel programma della settima edizione del Festival “Non c’è differenza” perché ho trovato la tematica adatta ai contenuti della rassegna. Il film è uno spaccato sociale che mette a nudo un certo tipo di discriminazioni, parla di migrazione, parla di fuga, ma parla anche di libertà. E’ una storia che porta a riflettere su migrazioni “vecchie” e “nuove”.

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