La politica dei tamponi ha mostrato un’ottima efficacia per conoscere un po’ di più, e meglio, il Covid-19, questo nuovo tipo di Coronavirus che ci ha messi di fronte a una crisi sanitaria ed economica mai così grave dal secondo Dopoguerra. Tuttavia, sono ancora molte le persone, le cosiddette asintomatiche positive, che, senza essersene accorte, hanno superato la malattia in forma lieve, oppure non hanno mostrato sintomi particolari. Ma quante sono? Saperlo è importante, anche perché attraverso di loro corre il rischio di nuovi potenziali contagi. Per dare una risposta attendibile, nell’impossibilità attuale di effettuare, in Italia, più di sessanta milioni di tamponi, si ricorre alla statistica. In particolare a un biostatistico come Massimo Guerriero, 48 anni, di Bussolengo, consulente senior e bio statistician Scientist per enti pubblici e privati nazionali ed internazionali con una laurea in Scienze Statistiche Demografiche e Sociali conseguita presso l’Università degli Studi di Padova e un dottorato di ricerca in Epidemiologia e Biostatistica conseguito presso l’Università degli Studi Milano Bicocca. È lui ad aver ideato l’indagine rinominata “Comune di Verona 2020”, prima in Italia a valutare la distribuzione del virus SARS CoV2 in una città.

Il 24 aprile scorso, al Centro Diagnostico Terapeutico di via San Marco 121 a Verona, è iniziata la fase operativa che terminerà tra qualche settimana con l’elaborazione dei dati che avranno ricadute sulla gestione della Fase 2 nella nostra città.

L’indagine coordinata dal dottor Carlo Pomari, responsabile della Pneumologia dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, e che vede la collaborazione del Comune di Verona, dell’Ulss 9, della Pneumologia dell’Azienda ospedaliera e del Dipartimento di Diagnostica e Sanità pubblica dell’Università di Verona, viene fatta su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione veronese: 2061 persone (di almeno 10 anni di età, per non sottoporre bambini piccoli a esami invasivi come il tampone oro nasofaringeo) scelte casualmente dall’elenco dell’Anagrafe. Servirà per stimare anche il numero delle persone sane e non solo quelle asintomatiche o positive.

Dott. Guerriero, prima di tutto ci spieghi cos’è un biostatistico e di cosa si occupa…

Il biostatistico è uno statistico. Si occupa dell’applicazione di questa importantissima scienza in ambito “bio”. In modo particolare io mi applico in ambito medico e la mia specializzazione, oltre ad essere costituita da una laurea scienze statistiche, è costituita anche da un dottorato in epidemiologia e biostatistica. Il nostro lavoro è cercare di capire se ci sono delle relazioni tra le variabili che misuriamo in ambito medico, ad esempio se un farmaco funziona bene in un determinato contesto oppure se una tecnica chirurgica, piuttosto che è un device, può portare a un miglioramento per i pazienti.

Lei ha ideato questo studio, condiviso poi col dott. Pomari. Da quale intuizione è partito?

Dal metodo scientifico che ci ha lasciato Galileo Galilei cinquecento anni fa. L’obiettivo è fare chiarezza riguardo a ciò che non capiamo, dai fenomeni naturali alla – come in questo caso – medicina. Conosco il dottor Pomari da diversi anni e dal 2006 collaboriamo a livello professionale. Ho proposto a lui l’idea di realizzare uno studio epidemiologico che, su basi scientifiche, permettesse di mappare per Verona, città nella quale io vivo, la distribuzione del virus Covid-19.

Quali sono gli elementi caratterizzanti dello studio “Comune di Verona 2020” rispetto ad altri studi, ad esempio quello che sta portando avanti il professor Andrea Crisanti a Vò Euganeo? 

lo studio di Crisanti coinvolge tutte le unità statistiche, cioè tutte le persone che vanno a comporre la popolazione del paese padovano. È chiaro che quello è potrebbe essere considerato l’ottimo per noi statistici, però questo ottimo non lo possiamo applicare a una grande città come Verona, che conta per il solo Comune più di 230 mila persone. Per realizzare uno studio su numeri elevati, abbiamo a disposizione “un’arma” che si chiama indagine campionaria, cioè quell’indagine che facendo osservazioni su un piccolo sottogruppo di unità statistica ci permette di tratteggiare delle considerazioni riguardo all’intera popolazione da cui queste unità sono state sono state ricavate.

E come si fanno ad ottenere queste poche unità rappresentative del totale?

Abbiamo costruito un campione di 2061 unità rappresentative delle 235000 persone residenti nel Comune di Verona di età superiore ai 10 anni. L’indagine prevede l’esecuzione di un tampone oro nasofaringeo e il prelievo di un campione di sangue. I soggetti che sono stati selezionati e invitati a partecipare all’indagine sono stati scelti con criterio casuale per costituire il cosiddetto campione probabilistico e quindi rappresentativo della collettività che vogliamo studiare.

Quali caratteristiche deve avere il campione probabilistico?

La prima è che sia nota a priori la probabilità con la quale ogni soggetto venga estratto e che questa probabilità grosso modo sia uguale per tutti, ovvero ogni unità che va a formare la popolazione deve avere la stessa chance di poter entrare nel campione oggetto di studio. La seconda, non meno importante, che tutte le persone che entrano a far parte del campione non abbiano una caratteristica in comune.

Cioè?

Se noi prendessimo 2061 agenti polizia veronesi, ammesso che ci siano, sarebbero ugualmente tanti al numero di soggetti selezionato per il nostro studio, ma non ugualmente rappresentativi proprio perché avrebbero la caratteristica di essere tutti colleghi.

«Verso il 10 di maggio noi dovremmo avere un calo drastico delle morti per Coronavirus. Spingersi troppo avanti, immaginando se il virus tornerà o meno, è molto rischioso e, soprattutto, rischiamo di dare delle informazioni pericolose anche a chi deve compiere delle scelte importanti».

Cosa ci permetterà di capire questo studio?

Ci permetterà di capire tante cose. L’obiettivo principale di questa di questa indagine è quello di andare a stimare qual è la quota di soggetti asintomatici positivi al Covid-19, cioè le persone che si sono ammalate, che sono ammalate tuttora o sono guarite senza essersi rese conto del passaggio del virus. Allo stesso tempo ci interessa capire qual è la quota di soggetti sani perché sono quelli che potenzialmente potrebbero ammalarsi in futuro se il virus dovesse tornare. Queste sono le due informazioni che oggi ci mancano, non solo a Verona, ma anche in Italia e in Europa. Ecco l’importanza dello studio.

Quello che conosciamo è grazie ai tamponi.

Esatto, ma è la punta dell’iceberg. Col tampone conosciamo il numero di malati di Covid-19 accertati, ma non sappiamo nulla della parte sottostante all’iceberg. L’indagine statistica serve per stimare con buona approssimazione la parte che sta sotto, invisibile.

Il Presidente della Regione Veneto Luca parla spesso di “modelli”. Sono quelli di cui si avvale anche lei per il suo lavoro? Si possono fare previsioni a lungo termine?

Certo, la modellistica è lo strumento principale che noi utilizziamo per fare per fare il nostro mestiere. Previsioni a lungo termine sono sempre difficili da fare, io utilizzo sempre il paragone con le previsioni metereologiche, a beve termine sono attendibili, a lungo termine un po’ meno. 

Riuscite a fare delle previsioni a breve termine sul Covid-19?

Verso il 10 di maggio noi dovremmo avere un calo drastico delle morti per Coronavirus. Spingersi troppo avanti, immaginando se il virus tornerà o meno, è molto rischioso e, soprattutto, rischiamo di dare delle informazioni pericolose anche a chi deve compiere delle scelte importanti.

In conclusione, potremmo dire che la statistica è una scienza attendibile?

A me piace dire che la statistica ci permette di prendere decisioni in un contesto di incertezza. È questo un po’ il cuore pulsante di questa materia che cerca di prendere per le corna il toro dell’imprevedibilità e dell’incertezza.