unesco verona

Sono 1.121 i siti iscritti dall’UNESCO nella sua “Lista del Patrimonio Mondiale”, siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale. Di questi, l’Italia ne conta 55, otto dei quali veneti. Si pensi a Venezia e la sua Laguna, all’Orto Botanico dell’Università di Padova, a Vicenza e le ville del Palladio, alla città di Verona. Sono tantissime le richieste che l’Unesco riceve ogni anno per aggiornare la sua “World Heritage List”. E la nostra città ha sul banco diverse candidature.

Con il Tocatì da poco concluso a Verona si è tornati a parlare di UNESCO. Può farci una panoramica sulla situazione veronese?

Verona, già inserita nelle liste UNESCO sia come città sia con altri beni nel territorio (ha due dei “Siti Palafitticoli Preistorici dell’Arco Alpino” a Peschiera del Garda e Cerea, e ha una delle “Opere di difesa veneziane tra XVI ed XVII secolo” sempre a Peschiera) sta cercando di aumentare questo suo bottino. Si stanno iniziando le pratiche per la candidatura del sito naturalistico “Biodiversità marina dei siti dell’Eocene in Val d’Alpone” che ha il suo punto di forza nei depositi fossili dell’area, il più noto dei quali è Bolca.

Si sta lavorando anche alla candidatura per le tecniche di appassimento delle uve della Valpolicella, con l’obiettivo di aggiungere anche il metodo di produzione di Recioto e dell’Amarone, insieme ai territori che esprimono questi prodotti. In questo caso si tratta di far inserire il bene tra i patrimoni immateriali dell’Unesco, stessa direzione verso cui procede anche la candidatura multinazionale (con Belgio, Cipro, Croazia e Francia) del Tocatì.

Qual è oggi il significato dell’essere UNESCO?

Questo tema, argomento chiave anche del mio libro, è quello a cui si stanno rivolgendo numerose ricerche internazionali. Moltissimi oggi vogliono essere UNESCO: l’incremento costante delle domande lo dimostra in modo inequivocabile. Istituzioni, enti e (ma in misura assai riotta) le comunità nutrono grandi aspettative nei confronti dell’iscrizione, prevedendo innanzitutto benefici economici: il “caso Prosecco”, su cui molto si è discusso, è emblematico da questo punto di vista. È evidente che il brand può portare un valore aggiunto ai beni e ai territori, ma non è possibile stabilire in modo preciso una relazione stabile fra designazione Unesco e incremento economico. Invece numerosi studi effettuati dimostrano come ci siano innegabili vantaggi per quanto riguarda la conoscenza, la conservazione, la tutela e la valorizzazione dei beni.

Silvana Anna Bianchi e la copertina del suo libro

La popolazione che abita un territorio dichiarato “patrimonio mondiale” ne è consapevole? È coinvolta?

Purtroppo nella fase di candidatura manca spesso il coinvolgimento: sono sempre pochi i soggetti che promuovono l’iniziativa, la maggioranza della popolazione è scarsamente informata, quando addirittura non ne sa nulla. Spesso inconsapevoli dei valori culturali del territorio in cui vivono, i residenti non vengono informati sul senso del riconoscimento, non ne condividono l’origine e lo sviluppo, dunque non ne contestano nemmeno alcuni passaggi che potrebbero essere negativi. Di conseguenza, se è debole la percezione del valore del riconoscimento e delle responsabilità che ne discendono, debole sarà poi anche il contributo alle attività di tutela. Le attività finalizzate alla protezione, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio richiedono la partecipazione delle comunità per essere davvero efficaci.

L’iscrizione di un sito ad una lista UNESCO è quindi un traguardo o un punto di partenza?

Bella domanda. Certo il riconoscimento UNESCO è un traguardo, è la fine di un percorso impegnativo e costoso. Se però si limita ad essere un trofeo portato a casa perde il suo senso e, inoltre, non giustifica l’impegno e le energie impiegate per ottenerlo. Centrato l’obiettivo, serve rimettersi a lavorare, certo con un orgoglio e forse anche con una consapevolezza accresciuti, ma non si può star fermi. Non ha senso. Eppure spesso è proprio quello che accade. La domanda andrebbe rivolta in primo luogo agli amministratori dei siti che, dall’esterno, un organismo internazionale ha reputato “di eccezionale valore universale” ma che, all’interno, sono poco valorizzati e usano il prestigioso logo dell’Agenzia delle Nazioni Unite spesso solo come traino per promozioni commerciali.