E’ accaduto di nuovo. Nella seconda metà del Cinquecento l’architetto veronese Michele Sammicheli inventò un linguaggio nuovo dell’architettura, squisitamente veronese, quello caratterizzato da materiali locali, marmi e pietre, e segni eleganti semplici in un ordine nuovo diverso, come parole a costruire architetture che dialogano con il passato, creano legami, metafora dell’architetto che ascolta il territorio, la città e si fa ponte con il contemporaneo, un linguaggio unico: Sammicheli è Verona.

Nello stesso periodo un tal Andrea Palladio da Padova, poi adottato da Vicenza, infine preso da Venezia, lavorava in linea con il nostro, metteva in atto una rivoluzione del linguaggio architettonico spaziale e formale. Per molto tempo si è pensato che Sammicheli seguisse l’onda del collega più noto, più in voga, che fosse un “minore” rispetto a quel Andrea Palladio; in realtà, non è di molti anni l’affermazione, fu invece Palladio a seguire il modo di fare di Sammicheli e che dall’architetto veronese ebbe l’intuizione di formulare un linguaggio unico che dialogasse, anzi mettesse in atto una conversazione con la città, con il paesaggio, con il Territorio.

Così anche oggi. Un parallelo tra due grandi dell’architettura moderna, Carlo Scarpa -alias Palladio – e Libero Cecchini, il nostro Sammicheli. Cecchini, con un paziente lavoro di alta sartoria, fin dal secondo dopoguerra ha messo in atto, lentamente, con garbo, con pazienza, un lavoro di cucitura del tessuto della città, quell’abito bellissimo che noi oggi indossiamo, facendo dialogare il passato con la modernità, in un quotidiano del quale a volte non ci rendiamo conto, e del quale non abbiamo dato abbastanza merito: non solo architetture e restauri, ma la ricostruzione di Ponte Castelvecchio e Ponte Pietra, la tutela urbanistica della collina, rendendo evidente un amore profondo, immenso per la sua città.

Colleghi e amici hanno elogiato il fare di Libero Cecchini, ma l’architetto Filippo Bricolo ieri ci ha aperto gli occhi, ci ha tolto una cataratte svelando che Cecchini è Verona.
Libero Cecchini è dentro ognuno di noi, è davanti ai nostri occhi, è la nostra identità: in quel ricucire il sottosuolo archeologico di Verona come “genius loci” della porosità urbana, nel far dialogare spazi pubblici e spazi privati, nei tagli puliti a spigolo vivo delle lastre di pietra della Lessinia, adagiate e a volte sospese nella città moderna, mantenendo quel legame, quel linguaggio, quel filo a doppio nodo con il territorio che abbraccia lo spazio urbano, che disegna Verona da sempre. Cecchini tiene con una mano Sammicheli e l’altra noi.

Noi, architetti o abitanti che siano, che ci portiamo addosso un pezzo di Libero Cecchini e che abbiamo la responsabilità di una bellezza da coltivare dentro di noi per produrre Verona: finalmente è stata svelata la nostra identità architettonica nella modernità, si è tolto il velo, e come per magia si è reso evidente ciò che già sapevamo, ma dirlo è stato prenderne coscienza. Noi siamo Libero Cecchini. Quella vocazione dell’architetto a sbriciolarsi per essere ovunque nella città che costruisce senza Totem, ma frammenti che ognuno si porta dietro, semi di bellezza.

Possiamo così rimettere ordine, dare il giusto posto a Carlo Scarpa che per molto tempo abbiamo “accettato” (nessuno me ne voglia) come se non avessimo modelli, ma nel quale non ci siamo mai pienamente riconosciuti: quell’essere veneziano è sempre stato molto, a volte troppo, evidente, quella perfezione nelle forme, nei tagli, nelle vezzose e meticolose variazioni di scala sapevano di “Dominio”, non avevano la semplice verità scaligera, edifici, quelli di Scarpa, bellissimi, restauri che ci hanno fatto scuola, ma “calati” nel contesto scaligero, avevano sempre (almeno per me) la percezione di qualcosa che portava “altrove”, a Venezia.

Così, abbiamo sempre sofferto molto dell’assenza di un modello, di una guida nella modernità del linguaggio architettonico veronese e, come spesso accade, l’avevamo sotto gli occhi ma non ce ne rendevamo conto.

Così è nato un mito, Libero Cecchini.
E Verona è sempre stata la sua Giulietta: speriamo che la città sappia riconoscere più in fretta di cento anni i suoi figli.