Dopo gli studi presso la prestigiosa Sibelius Academy e il perfezionamento con Lorin Maazel negli Stati Uniti, Giancarlo Rizzi ha cominciato un’intensa attività che lo ha portato a guidare numerose orchestre in Italia e all’estero come l’Opera Nazionale Finlandese, Sinfonia Lahti, Tampere Filharmonia, l’olandese Het Gelders Orkest, I Pomeriggi Musicali, l’orchestra di Padova e del Veneto, l’orchestra Haydn di Bolzano e molte altre. 

Giancarlo Rizzi

Il Kleiner Zeitung, il giornale di Vienna, vi ha classificato come lo spettacolo del mese e ha definito la sua partitura «infuocata e drammatica, un suono trasparente e brillante che ha mostrato la musica di Gounod dal suo lato migliore». Cosa significa per lei?

Questo Faust ha aperto la stagione del Theater an der Wien, uno dei più importanti d’Europa. È il teatro dove abitava Beethoven, dove mangiava, scriveva, componeva, qui è nata la prima delle sue sinfonie ed è anche il teatro del Flauto Magico di Mozart, insomma un luogo unico per la storia della musica.  Al momento in Europa, è uno dei pochi che offre programmi coraggiosi. Questo Faust ne è l’esempio, con un regista geniale, Nikolaus Habjan, che abbina ai cantanti delle grosse marionette. È stata un’esperienza davvero incredibile, molto intensa sia dal punto di vista musicale che della scena. A livello strumentale abbiamo fatto un grosso lavoro con un taglio molto “cinico” e cruento perché la storia stessa lo chiedeva.

Ha sempre avuto una passione per la musica?

Da piccolo cantavo nel coro delle voci bianche, suonavo la chitarra ma la mia dote più evidente era sicuramente quella dell’orecchio assoluto. Mostravo capacità di ascolto totale. Ho iniziato poi a studiare pianoforte e composizione al conservatorio di Verona.

È stato uno fra i dieci giovani direttori selezionati a livello mondiale da Lorìn Maazel per partecipare ad un esclusivo masterclass, come è andata?

Lorìn Maazel era una persona straordinaria che ci ha accolto in questo classico ranch americano, immenso. Abbiamo lavorato tantissimo. Questo grande direttore d’orchestra era preoccupato per il futuro della musica classica, si chiedeva in che modo sarebbe stato utile muoversi, per coinvolgere un pubblico più ampio.

Che caratteristiche deve avere un direttore d’orchestra?

Il direttore deve avere delle doti immaginative di ascolto. L’orchestra è una massa di suoni; è necessario saper discernere ogni strumento. Aldilà però delle qualità musicali e dello studio (lo studio è fondamentale), al giorno d’oggi, è importante la pazienza, la capacità di risolvere conflitti umani e naturalmente il carisma, la leadership e la capacità di motivare i musicisti.

Come si fa a motivare gli altri?

Si fa con l’amore e la passione per la musica.

Lei che tipo di direttore è?

In prova sono molto calmo ma durante il concerto ogni mio gesto è carico di forza. La tensione chiude l’orecchio e migliora la concentrazione, ossia l’attenzione che i maestri musicisti mi devono dedicare. Ci deve essere emozione e, nessun tipo di automatismo, affinché la musica possa scorrere e il pubblico godere appieno del concerto. Ci vuole adrenalina e per ottenerla ecco che ogni mio movimento diventa ricco d’intensità.

Programmi per il futuro?

Mi è appena stata affidata la direzione del Rossini Opera Festival di Pesaro, non vedo l’ora. Nel frattempo mi sto dedicando a dei progetti non solo puramente musicali ma anche culturali, storici e legati al territorio. In Italia ci sono altissime professionalità, enormi potenzialità talvolta inespresse. La cultura dell’opera è italiana per eccellenza. In particolare, le nostre città venete (Verona, Venezia, Padova) sono state, nella storia, il centro della musica mondiale. La musica è un potentissimo “brand” per il nostro territorio e può essere il catalizzatore di una comunità.

La musica quindi come valore sociale e di aggregazione?

La crisi ha colpito moltissimo il mondo dell’opera. Per ridare spazio a questo tipo di cultura è necessario smettere di pensare al concerto come a un rito borghese di uomini in giacca e cravatta e donne in pelliccia. Il Rigoletto parla dell’arroganza al potere, la Traviata di una vita stritolata fra cose più grandi della protagonista: temi attualissimi. Se andiamo a cercare fra gli autori che hanno vissuto in Veneto come Vivaldi, scopriamo che insegnava in un orfanotrofio per ragazze e raccontava nei suoi scritti storie umane incredibili che ci pongono in una prospettiva completamente diversa. La musica classica è, in realtà, la vita di tutti i giorni.

Come divulgare questo messaggio?

Con inventiva e qualche novità, per esempio, inserendo dei mezzi visivi durante lo spettacolo o, coinvolgendo nell’opera degli attori. Non è necessario attualizzarla per forza, non serve far indossare a Rigoletto un paio di jeans ma darle una lettura diversa. Se l’opera viene trattata con rispetto e, la musica viene fatta con energia e competenza, ci saranno nuovi orizzonti possibili per tutti.

Un sogno nel cassetto? 

Dirigere all’Arena di Verona, la mia città.