Con salvataggio, reale o presunto, di Banca Carige da parte del Governo, torna di attualità il tema banche. Qualche giorno fa avevamo raggiunto il presidente di Apindustria Confimi Vicenza, Flavio Lorenzin, al quale avevamo chiesto di aggiornarci sullo stato di salute del territorio vicentino dopo la scomparsa di due istituti di credito storici come Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Tema caldo a cui ha fatto seguito anche la questione infrastrutture, Pedemontana in primis. Tra i punti dolenti per gli imprenditori veneti, e non solo, la burocrazia e l’incertezza normativa, veri e propri talloni d’Achille per le PMI.

Era la notte fra il 25 e il 26 giugno 2017 quando Banca Intesa San Paolo acquistò ad un prezzo simbolico di 1 euro, per effetto dell’atto di cessione, le due storiche banche del territorio veneto e vicentino: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Un’acquisizione che non è riuscita a ricucire finora la profonda ferita che lo stesso territorio ha subito in seguito al crollo dei due istituti finanziari.

A pagare le conseguenze di questo doppio fallimento sono state migliaia di famiglie e di imprese che in silenzio, tra mille difficoltà, stanno cercando di rialzare la testa. Abbiamo raggiunto telefonicamente qualche giorno fa Flavio Lorenzin, presidente dal 2012 di Apindustria Confimi Vicenza, al quale abbiamo chiesto come stanno le piccole medie imprese manifatturiere locali.

Presidente, partiamo proprio da qui, dallo stato di salute delle vostre imprese dopo gli anni bui della crisi e i dissesti dovuti al crollo della Banca Popolare di Vicenza…

Non solo Popolare di Vicenza, ma anche Veneto Banca, che su questo territorio era molto presente. Le partite le stiamo gestendo, anche se da Banca Intesa, finora, non abbiamo trovato nessun tipo di collaborazione, e questo l’ho ribadito in più occasioni. Stiamo affrontando la questione attraverso il supporto di diverse associazioni, attraverso i nostri consorzi, e al momento non ci sono state situazioni a cui, per fortuna, non siamo riusciti a dare una risposta, tuttavia il processo post traumatico non è stato ancora completato.

Cambiando argomento, il Veneto è sceso in piazza recentemente, a Verona, per richiamare il Governo sul tema infrastrutture. Lo trova giusto?

Non è solo giusto, è indispensabile scendere in piazza. Perché al di là delle intenzioni di questo Esecutivo di mettere in dubbio l’utilità di certe infrastrutture, è per noi diventato fondamentale che vengano completate e nel più breve tempo possibile.

Immaginiamo si riferisca in particolare alla Pedemontana, ancora incompleta… 

Certo. A parte i disagi che lo stallo sta provocando, comunque i lavori stanno proseguendo a rilento già da molti anni, e giunti a questo punto non è nemmeno pensabile di non completarla la Pedemontana. Oltre a un danno al territorio ci dovremmo confrontare anche con un danno che ne avrebbe l’economia locale se questi lavori non venissero ultimati e se l’opera non diventasse funzionale.

Sa quantificarlo?

Da un nostro studio confederale recente emerge che le mancate infrastrutture pesano in Veneto per il 7 per cento sui costi di produzione. Il 7 per cento è il margine che molte aziende non riescono neanche a raggiungere al giorno d’oggi.

Quali sono le esigenze o le questioni più urgenti che sentite come imprenditori del settore manifatturiero?

Rispondo con una battuta che ripeto spesso: “Noi facciamo bene impresa per produrre, non per gestire burocrazia. La burocrazia non è nella mission dell’impresa manifatturiera. Questo è un tema che dobbiamo affrontare quotidianamente. Nelle nostre aziende, negli ultimi anni, abbiamo investito e innovato molto, anche grazie al Piano industria 4.0, ma se fuori troviamo uno Stato, e non parlo solo del governo attuale, ma anche dei precedenti, che ci porta sempre più indietro, al Medioevo, sia se parliamo di burocrazia, sia di infrastrutture, vuol dire che non stiamo andando dalla stessa parte: è questo il grande problema. Lo Stato deve essere a supporto delle imprese, non nemico delle imprese.

Cosa auspica per il nuovo anno?

Che i governi ci diano delle indicazioni precise. A noi non servono le agevolazioni, i contributi, ma norme chiare e precise, in modo da muoverci sul mercato con cognizione di causa. Non posso assumere oggi un dipendente con una legge e trovarmi domani ad applicare una legge completamente diversa da quella da cui sono partito. E ancora, quando facciamo investimenti, quando in azienda dobbiamo pensare e approvare un piano industriale, non possiamo trovarci dopo sei mesi con le carte in tavola completamente stravolte. Continuando con questo gioco, andrà a finire che le aziende e gli imprenditori si stancheranno.

Con quali conseguenze?

Se nessuno semina il mais, la polenta non la mangi. Non so se ho reso l’idea. E quel che è peggio è che quando un imprenditore si disinteressa della propria azienda fa del male a se stesso, al territorio, allo Stato e ai suoi cittadini.

Quale messaggio lancia alla politica e al governo?

Gli interlocutori non sono solo quattro o cinque grandi industriali, sono anche le migliaia di persone, piccoli e medi imprenditori, che vanno lavorare assieme ai loro collaboratori ogni santo giorno. Il loro umore può cambiare anche le sorti di una nazione se serve. Un ruolo sociale che deve essere speso e valorizzato in tutte le maniere e di cui lo stesso imprenditore, spesso, non è consapevole.