Paola Barbato si definisce “noir”. Un aggettivo calzante non solo per i suoi romanzi, ma per lei stessa: «Sono una persona ombrosa, non sono mai tranquilla. Scrivo cose che mi assomigliano» ci ha confessato. 51 anni e una carriera dedita alla scrittura, Paola può essere definita una mente brillante, di quelle che in pochi secondi, guardandosi intorno, riescono a sviluppare la conclusione perfetta di un thriller «perché poi è da lì, dalla fine, che si sviluppa la storia». Romanzi a parte, Paola Barbato è parte stabile degli sceneggiatori dello storico fumetto “Dylan Dog” da 23 anni e si cimenta spesso con racconti per ragazzi. Un’autrice versatile, quindi, che risponde perlopiù al richiamo dell’oscurità e che, di contro, ha un compagno che racconta l’amore, Matteo Bussola. Si dice che gli opposti si attraggono e, forse in questo caso, è proprio vero.

Paola come si è avvicinata al mondo dell’editoria?

Io non ho avuto una vita particolarmente brillante, ma ho avuto delle ottime occasioni lavorative. Io ho sempre scritto, quindi non l’ho mai pensata come una professione. Io scrivevo per timidezza, perché era una maniera più semplice per me di veicolare il mio pensiero. Ho cominciato a scrivere lettere, diari, racconti, e li mandavo agli amici degli amici. Alla fine li ha portati a Milano da tutti gli editori che sono riuscita a raggiungere a piedi e tra questi editori c’era la Sergio Bonelli, editore di Dylan Dog, che mi ha richiamata perché trovava dei punti di incontro tra la mia scrittura e quella di Tiziano Sclavi. Poi ho continuato a scrivere anche le mie cose sui blog e mi è arrivata un’altra telefonata, questa volta da Rizzoli e la mia carriera è iniziata nel 2005.

Il suo genere è il giallo, il thriller. Da dove viene questa vena noir?

Io sono una persona noir. Sono una persona un po’ ombrosa. Non sono una persona serena, non sono una persona tranquilla, per cui a un certo punto uno lavora con la materia di cui è fatto. Io scrivo cose che mi assomigliano, che mi rappresentano, che penso e che immagino io. Io ho paura e uso la mia paura.

La sua ultima fatica è “La cattiva strada”. Cosa si devono aspettare i lettori?

È un romanzo claustrofobico all’aria aperta, quindi è già un ossimoro di sé e rappresenta la storia di un piccolissimo corriere della droga, che ogni tanto viene chiamato a fare dei trasporti. Gli viene detto di non aprire i pacchi, ma una sera ne apre uno e la sua vita cambia. Si svolge tutto in una notta, sull’autostrada.

Come inizia la genesi di un suo romanzo?

La genesi di un romanzo parte da un’idea che contiene in sé un finale. Per esempio in questo momento, mentre noi stiamo parlando, dietro di te ci sono quattro schemi che stanno mostrando delle cose. Immaginiamoci che, invece, mentre io ti sto parlando, sullo schermo io veda che sta succedendo qualcosa di brutto a qualcuno che tu conosci e in realtà sono stata io a organizzare tutto questo perché io, per una volta, volevo vedere senza essere io a fare. Insomma, le idee arrivano da qualsiasi parte in maniera del tutto inattesa e si trasformano tantissimo. Io una volta che ho un finale, lavorando a ritroso si crea la storia.

Anche il suo compagno, Matteo Bussola, è uno scrittore e fumettista, ma agli antipodi. Lui parla di storie personali accorate e struggenti. In un certo modo vi completate…

Si può dire così, ma in realtà il fatto è che Matteo scrive anche lui ciò che avverte ciò che lo interessa. Non è che io sia ignara di quell’aspetto della vita, probabilmente mi attira di meno, quindi io parlo di ombre e lui parla di luce. Ma non ci vedo poi così distanti, perché poi dipende tutto dal punto di osservazione.

Capita che uno legge i romanzi dell’altro?
Io leggo i suoi, ma lui non legge i miei. Nel senso che lui i miei li legge quando ormai sono pubblicati, quindi è un lettore tra i lettori. Io invece i suoi li leggo mentre li scrive, nelle varie parti frammentate perché lui mi chiede spesso un parere.

E le sue figlie leggono i suoi romanzi?

Le mie figlie non vogliono leggere i miei romanzi. Sono più possibiliste col papà, mentre con me le prime due sono categoriche. E io ovviamente ne sono parzialmente dispiaciuta. Punto tutto sulla terza (ride, ndr).

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