Foto Malvezzi

Non accetta la definizione di bossiana memoria – ritenuta forse anacronistica e sicuramente inappropriata – “paroni a casa nostra”. Raffaello Campostrini, presidente del Parco naturale regionale della Lessinia e sindaco di Sant’Anna d’Alfaedo, uno dei quindici comuni coinvolti nella proposta di legge regionale di riperimetrazione e riduzione del Parco stesso, rivendica piuttosto il ruolo centrale e insostituibile delle persone che sul territorio ci vivono, ci lavorano e si impegnano da generazioni per tenerlo in ordine e salvaguardarlo.

Il polverone che si è alzato nelle ultime settimane sulla proposta di legge 451 dello scorso luglio 2019 a firma di Alessandro Montagnoli, Stefano Valdegamberi ed Enrico Corsi, che riprende un emendamento della finanziaria regionale 2017, sta riportando l’attenzione mediatica su una fetta importante di provincia veronese storicamente trascurata e molto spesso travisata.

A contrastare quella che lo stesso Campostrini ritiene «una filiera istituzionale legittima», ovvero una raccolta delle istanze sul territorio, le discussioni nei consigli comunali (iniziate tre anni fa) e le conseguenti delibere pubbliche che hanno portato la richiesta di modifica della legge istitutiva del Parco nei palazzi regionali, sono oltre 100 associazioni più o meno di origine scaligera, tra cui alcuni rappresentanti di spicco del territorio lessinico, che si oppongono nettamente all’ipotesi di riduzione.

Presidente, ci sembra di capire che non le piace proprio l’espressione che vi viene attribuita di “paroni a casa vostra”…

Direi proprio di no. Io penso che ci voglia prima di tutto l’umiltà, da ambo le parti, per cercare di capire le ragioni dell’altro. In Commissione, di fronte agli interventi dei sindaci favorevoli alla proposta di legge c’erano scherni e derisione da parte dei rappresentanti del mondo ambientalista.

Si sente offeso?

Offeso no, però alcune prese di posizione denigratorie lasciano l’amaro in bocca.

In che senso?

Espressioni come “tu sei un montanaro”, “hai la mentalità chiusa”, “non vedi oltre il tuo orizzonte, noi invece conosciamo i parchi di tutto il mondo”, “non capisci il futuro”, credo siano irrispettose nei confronti di persone che da generazioni si stanno prodigando, 365 giorni all’anno, per il bene del proprio territorio. Ci vorrebbe la sensibilità per ascoltare anche le nostre ragioni.

Perché si è arrivati alla proposta di riduzione?

Tutto nasce da un emendamento proposto dal consigliere Valdegamberi alla fine del 2016 nel momento dell’approvazione della finanziaria regionale 2017. Innanzitutto non parlerei esclusivamente, come quasi tutti fanno, di riduzione, ma, come era in origine, di “rizonizzazione”. In quel momento, infatti, si coinvolsero le amministrazioni comunali per una nuova riperimetrazione che lasciasse intoccate le aree di riserva naturale e determinasse all’esterno dei confini del Parco le cosiddette aree contigue, individuandole nelle zone a vocazione agro-silvo-pastorale.

In rosso le zone del Parco che verrebbero convertite in aree contigue.

A quale scopo?

Prima di tutto per ridare voce e dignità al territorio, perché per quanto se ne predichi il contrario, il Parco in Lessinia non è mai stato accolto bene da una larga fetta della popolazione, proprio perché calato dall’alto. Sarebbe questa, invece, l’occasione, con l’ascolto della base e delle amministrazioni, per ricucire il passato e iniziare a vivere il Parco per il futuro.

E poi anche per permettere ai residenti e ai titolari di aziende agricole di essere meno esposti a problematiche legate, ad esempio, a una presenza invadente di cinghiali, che creano danni importanti alle produzioni, e di essere meno soggetti ai vincoli burocratici, per certi versi assurdi.

Quali sono le zone interessate allo svincolo?

Sono principalmente le zone contenute nei tre vaj che vanno da Sant’Anna d’Alfaedo a Bosco Chiesanuova, passando da Erbezzo (Squaranto, Anguilla e Falconi), che costituiscono circa il 18% del territorio del Parco. Poi sono state ridefinite in alcune aree a nord di Bosco e anche a Sant’Anna per riportare su confini naturali alcune aree che non erano facilmente riconoscibili.

Ad esempio?

Noi a Sant’Anna abbiamo una propaggine di territorio che scende fino a Sega di Ala, in Trentino, Regione non interessata dal Parco, e così abbiamo proposto di riportare il confine del parco in corrispondenza della strada per una più chiara interpretazione del suo limite. Così come il Comune di Bosco, ha proposto una migliore ridefinizione dei confini della zona agro-silvo-pastorale a nord del capoluogo dove vi sono antiche contrade.

A tal proposito, non c’è un rischio “cementificazione”?

Da noi in Comune abbiamo continuamente richieste di cittadini che ci chiedono di togliere l’edificabilità sui loro terreni perché non ce la fanno più a pagare l’IMU e a sostenere i costi, perché non c’è mercato. Non c’è alcun interesse a realizzare nuove aree edificate, non riusciamo nemmeno a vendere le esistenti. Se poi pensiamo ai vaj, chi si sognerebbe di edificare in quelle zone? A parte i vincoli, che permangono, la cosa non ha alcun senso logico e razionale.

Perché vi siete concentrati proprio sui vaj?

Sono veri e propri serbatoi per i cinghiali. Escono di notte, mentre di giorno rintanano in quei boschi. La caccia è diurna e alcuni piani di eradicazione programmata aiuterebbero a contenere il fenomeno che in alcune zone è fuori controllo. Sottolineo che questa misura, nel caso in cui passasse la proposta in Regione, sarebbe regolamentata ad hoc dal Parco; per assurdo nelle aree contigue la caccia potrebbe essere anche più restrittiva che in altre zone e comunque potrebbero accedervi soltanto i cacciatori residenti nei comuni interessati.

Ma non è già possibile cacciare il cinghiale nel Parco?

Si riferisce ai Colli Euganei? Il problema non si è per nulla risolto. Sarebbero contenti i detrattori della proposta se estendessimo a tutto il Parco la possibilità di cacciare il cinghiale anziché individuare delle zone circoscritte e ben regolamentate?

C’è chi sostiene che tutto questo sia un favore alle lobby dei cacciatori. Cosa risponde?

I cacciatori hanno un gran da fare lo stesso. Non c’è nessuna lobby, semmai ci faranno un piacere, su base volontaria. Ci sono Parchi che pagano per questo servizio. Tra l’altro, i capi abbattuti vengono ritirati da personale addetto e smaltiti secondo le norme di legge.

È la prima volta che in Italia si assiste a un taglio del territorio protetto, non c’è il rischio che quello dei Lessini diventi un precedente pericoloso?

Non lo vedo come un pericolo, lo vedo come il rispetto e la risposta a una serie di esigenze che nascono dal territorio. Qualcuno può condividere o non condividere, essere d’accordo o meno, ma se non rispettiamo questa volontà, il problema che potrebbe sorgere è di altra natura.

Cioè?

Un problema di democrazia. Se non diamo più fiducia al fatto che dei cittadini si sono riuniti esprimendo le loro idee, i consigli comunali le hanno recepite e poi approvate e che questo non si possa concludere anche con un cambio della normativa vigente, a questo punto che senso hanno le istituzioni? Se non funziona più la filiera, se il parere dei sindaci non conta più nulla, si blocca tutto. Oggi la battaglia è sul Parco, domani sarà su un’altra questione, dobbiamo riconoscere le istituzioni che, in ogni caso, si fanno carico della responsabilità delle proprie scelte.

Foto Malvezzi

Perché secondo lei molte associazioni e alcuni nomi di spicco, non solo di Verona, ma anche della Lessinia, si oppongono al provvedimento?

La proposta nasce tre anni fa, come mai ci si sveglia improvvisamente adesso? Dov’erano tutte queste associazioni fino a poco tempo fa? Molte di loro sono espressione di persone che vivono sul territorio, che hanno dei propri rappresentanti all’interno dei consigli comunali, non possono dire che abbiamo fatto tutto all’oscuro o sotto traccia quando quindici amministrazioni hanno sempre avuto le porte aperte e hanno prodotto di volta in volta atti pubblici che andavano in questa direzione. Forse la proposta andava concertata di più, ma se ci fosse stato qualcosa da dire si sarebbe dovuto fare allora. Adesso l’intervento delle associazioni mi sembra esagerato, anche e, soprattutto, nei modi.

È a rischio l’ambiente?

Assolutamente no. Quei boschi c’erano da molto prima dell’istituzione del Parco, ci sono ora e saranno tali e quali eventualmente anche dopo. Ho fatto i complimenti all’esponete del CAI intervenuto in Commissione a Venezia che, pur sostenendo le tesi delle associazioni, ha ammesso che oltre agli animali, oltre alle pietre, ai boschi ci sono anche le persone. Io il pericolo lo vedo per le persone. Nessuno parla di loro, di chi ci abita qui in Lessinia. Se ne fa un utilizzo strumentale, invece. Nessuno si preoccupa di tutelare gli agricoltori o gli allevatori, veri custodi della montagna.

Qual è la sua visione legata allo sviluppo dell’ente locale di cui ha assunto da poco la presidenza?

Il Parco nasce giuridicamente in questo momento, per trent’anni ha vissuto in simbiosi con la Comunità montana della Lessinia. C’è ora tutto un processo amministrativo da intessere, legato al personale, al patrimonio, alla comunicazione. Il mio mandato proseguirà fino a maggio e scadrà con la legislatura regionale uscente. Spero che anche questa breve esperienza possa permettere in futuro all’ente che rappresento di diventare finalmente un motore di sviluppo territoriale, cosa che in passato non è, a mio avviso, riuscito mai del tutto a decollare.